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martedì, 26 maggio 2009

 

La caverna 

Sono in una stanza chiusa. È buio, la luce dovrebbe filtrare da qualche finestra, ma così non è. Fa freddo ed è anche umido. Credo di essere in una cantina. Un brivido scorre lungo il mio essere. In mano ho dei libri.
“Ci siamo” dico.
Avanzo lento, ho paura che possa intoppare contro qualcosa e farmi male. Potrei anche cadere a terra e rovinarmi questa faccia da culo che ho.
Qualcosa tocca la mia spalla. Tiro la cordicella e la luce si accende. Finalmente! Vedo la scrivania con il portatile. Tiro indietro la sedia e mi accomodo. Lascio cadere i libri sulla scrivania insieme agli altri.
“Ci siamo” ripeto ancora una volta.
La schiena mi fa male. La cervicale mi duole. Non ne parliamo dello stomaco. Continue nausee. Stomaco gonfio. Già il grasso mi cola dappertutto, mancava giusto qualcuno che gonfiasse il palloncino.
Mi guardo intorno. Non vedo un granché. Solite cose, un muro freddo, un pipistrello a testa in giù, una finestra senza sole. Posso confermare che sono in una caverna. Però, a pensarci bene, mi piace questo posto. Molto accogliente. Certo, si potrà obiettare che il freddo e l’umido entrino nelle ossa, ma non ho voglia di farlo. Per me questo luogo rappresenta qualcosa che non posso più nascondere. Inizio a sfogliare i libri. Di cosa parlano? Sembrano tutti dire la stessa cosa. MALATTIA, MALATTIA, MALATTIA.
Guardo l’indice di uno e lo posso. Ne controllo un altro e ottengo lo stesso risultato. Mi piace stare qui, eppure non ne capisco il motivo. Accendo il portatile. Chissà se c’è per lo meno una connessione wi-fi qui dentro. Non vedo cavi, non vedo fili, non vedo niente. Solo una parete e in lontananza quella che mi pare essere l’uscita.
Che cosa dovrei fare qui dentro? Chiudo gli occhi e cerco di ascoltare i miei pensieri. Sarebbe tutto così facile se riuscissi a mettere per iscritto quello che frulla la mia mente. È un concentrato tossico di pensieri e rimossi. Dove voglio andare a parare? Vorrei tanto saperlo. È come se qualcosa continuasse a sfuggirmi dalla mente. Ho la sensazione che un giorno potrei urlare: “Ecco cos’era!”
Di certo vivrei più felice di adesso. No, le cose non procedono nel senso che vorrei io. Chiariamo, non sono affatto il tipo che è in grado di svegliarsi alle 4 o alle 6 di mattina per lavorare 8-10 ore in un cantiere o in una fabbrica. No, mi spiace, non sono il tipo. E dico che mi spiace perché sul serio mi spiace. Magari se fossi stato quel “tipo” non avrei di questi problemi. Mi sarei alzato tutte le mattine, avrei fatto le solite cose, stesso lavoro, stesso modus operandi, stesso pensare. Ecco, è quello che mi avrebbe salvato.
Sono convinto che nella vita uno abbia bisogno di decidere sul da farsi, se diventare uno tosto oppure uno stupido inetto. La differenza è semplice: uno vive di momenti, l’altro vive di ricordi. E il presente, il futuro, dove vanno a finire? Beh, forse ci sarà un altro elemento che sto dimenticando.
Frugo sulla scrivania e trovo una sciarpa riposta sotto una pila di documenti. L’avvolgo al collo. Questo dovrebbe tenere buona la mia cervicale.
Chiudo ancora una volta gli occhi. Ho bisogno di ascoltare i miei pensieri. Se apro gli occhi, li vedo. Sono fantasmi, spettri di un passato che vuol tormentarmi. Di cosa sto parlando? Oh, se solo lo sapessi! Maledizione, maledetto mondo, maledetto me. Certo, potrei sempre cercare di essere più buono con me stesso, cercare almeno per una volta di non punirmi per qualcosa che so di non aver commesso. Potrei, ma poi? Perché mi punisco? Che diamine ho commesso da meritare che la mia mente martori il mio corpo? Oh, come vorrei che qualcuno mi abbracciasse, che mi dicesse di non preoccuparmi, che presto supererò questo momento. Ed io lì, tra le sue braccia, che piango per qualcosa che nemmeno ricordo di aver commesso. Forse sarà stata una stupidata, una scemenza. Chi lo sa? Io lo so, ma è come se non lo volessi accettare, perché accettare il rimosso vuol dire soffrire. Eppure devo, ricordare per guarire. Questo deve essere il mio motto. Il problema è che se non dovessi farcela la mia psiche impazzirebbe, continuerebbe a lanciarmi segnali che in un modo o nell’altro non riuscirei mai a cogliere. Perché? Semplicemente perché sono un malato. Quindi, eccomi qui, chiuso al buio in una cantina, tra un mucchio di libri e un portatile dove digito parole che non conosco.
È questione di un attimo. Così viene, così va. Vorrei si trattasse di ispirazione. C’è qualcosa dentro di me che pulsa, che vuole uscire. Più cerca di uscire, più sto male. Ormai sono spento, quasi morto. Prima non ero così, forse perché avevo un motivo per andare avanti. Quindi questo è tutto? Una motivazione? Prima correvo per raggiungere la meta, ora non più perché nessuna metà potrà mai soddisfarmi. Interessante. Avrei potuto dire che non c’è più nessuna meta, invece ho detto che nessuna meta può soddisfarmi. Interessante. C’è noia nel mio pensiero. Questo continuo sbadigliare della mente che si ripercuote nel reale. Sì, lo so, sembra una di quell’affermazioni di qualche povero mentecatto che spaccia per sagge le sue parole. È bello stare qui giù, da soli, protetto dalle mura amiche. Peccato per quest’umidità, non tanto per il freddo, è l’umidità che dà un po’ noia. Già, noia. Eccolo di nuovo che sguscia via. Sembra un serpente che si districa nella mia mente. Sta sfuggendo, devo rincorrerlo. Il fatto è questo: non so cosa fare. Per questo me ne sto qui giù, tra i libri e il computer. Che motivo avrei di salire e guardare la luce? Poi ci sarebbero loro che tanto sanno consigliare ma poco capire.
Sbadiglio e mi stropiccio gli occhi. Dovrei essere stanco. Sbadiglio ancora una volta. Noia, è questa la nuova parola. Bene, se dovessi scegliere un lavoro, che cosa sceglierei? Non lo so. Facile come risposta. Facile come cagare o respirare. Facile quanto inutile. Che me ne faccio di una risposta del genere? Niente. Proprio come la mia persona, l’esser nullo che nulleggia. Ok, si scherza. Lavorare con la forza mi è impossibile. A stento riesco ad aprire una bottiglia d’acqua, figuriamoci lavorare col peso. Beh, potrei studiare. Per cosa? Tutto quello che “potrebbe” interessarmi lo trovo sui libri. Perché laurearmi per un qualcosa che è ormai antiquato. Ah, perché loro non lo sanno, né lo capiscono, ecco perché. Pazienza, non me ne frega molto di loro. No, mento. M’importa eccome. M’importa per il semplice fatto che sono così povero di me stesso che un semplice vai a quel paese mi paralizza. Dovrei essere più forte. Certo, semplice, chiaro e conciso. Peccato che non lo sappia fare. Sì, potrei mentire, ma che cazzo, è una cosa orribile. Mentire e credere di essere un’altra persona. Oh, che cosa triste. Credo che il 98% delle persone sia così. Abili attori in un teatrino di quinto ordine. Triste, eppure è così. Io dove mi colloco? Non lo so. Troppa incertezza. Eccola che sale l’ansia. È dentro di me. Approfitta che sono stanco e mi attacca. Furba. È una bella bastarda, lo devo ammettere, sa sempre quanto attaccare e distruggermi. Chissà, magari un giorno di questo mi stenderà completamente al suolo, insomma, mi ucciderà se non è chiaro. Sì, direte voi, finiscila e prenditi la tua vita. Baciatemi il culo, perdonate il francesismo. Che risposta del cazzo è? La solita risposta che mi danno tutti. È così difficile almeno comprendere quello che una persona dice? Non sto parlando di empatia, sto parlando di un minimo d’interesse nella discussione, ciò che ti permette di afferrare il senso di quello che si dice. Niente, non ci riescono. Deve essere il troppo cerume nelle orecchie. Lavatele, e che cacchio!
Dov’ero rimasto con i miei pensieri? Questo troppo pensare stressa la mia mente e distrugge il mio corpo. E poi c’è la bastarda in agguato. Oh, che sofferenza. Sto qui a lamentarmi. Mi lamento sempre. Ogni giorno, ogni ora, ogni secondo, ogni attimo della mia fottutissima vita non faccio altro che lamentarmi di me stesso. Sapete a chi racconto questo lamento? A me stesso! Incredibile, vero? Narro storie di tristi sentimenti a me stesso. Sono un giullare di corte. No, quelli avrebbero più attendibilità. Oh, che amara sofferenza questo mio pensiero. Sono malato nella testa. La mia mente non risponde. C’è stato un colpo di stato. Qualcuno è salito fin lì su e ha assunto il comando. Chi, se non la bastarda? Il problema è capire QUANDO l’ha fatto. Tutta questa paura infondata, tutto questo pensare di traverso, questo continuo... non so nemmeno come definirlo.
La schiena mi fa male. Fa un caldo boia lì fuori, ecco perché sono sceso fin qui giù. Dio, riesco a mentire a me stesso. Sono squallido, triste e malato. Uno che mente a se stesso come dovrebbe essere definito? Credo che la cura al mio male esista come esiste il santo graal. Troppo ottimismo, dite? Può darsi, meglio che ci rifletta su.
Le ore passano, la pesantezza resta. Che cosa devo fare per farla scomparire? Questo inutile peso alla stomaco, questo bruciore che parte da dentro e sale lungo la gola, questo maledettissimo pensiero che si fa vivo e che punisce il mio corpo. Di che sto parlando? Credo di aver perso il filo del discorso. Sarà la stanchezza. Eppure non ho sonno. Sì, ogni tanto sbadiglio, come ora, ma non ho sonno.
Quando ho scoperto questa cantina? Di chi è? La mia? Che dovrei fare della mia vita? Sono un animale. Vivo perché devo riprocrearmi, ecco tutto. Dite che è troppo semplice? Volete che ci metta in mezzo un dio che non esiste? Come volete, ma fatelo voi. Beh non c’è niente di male nel non sapere cosa fare da grandi. Ed ecco la sagra del NON. Chissà quante altre volte lo avrò usato. Che cosa rappresenta? Un limite al mio linguaggio o un indizio?
Dovrei sentirmi meglio, ora. Lo stomaco è ancora pesante. Ho sonno. Sì, ho un po’ di sonno. Potrei andare a letto. Ci penso su ancora un po’.
Mi chiedono di uscire. Che cosa dovrei loro dire? “Senti, mi spiace, non so come dirtelo, ma questa fottuta malattia mi tiene prigioniero. Capisci? No? Come non capisci? Dico che mi tiene prigioniero. Vorrei uscire ma non posso. Non ce la faccio. Le catene non si spezzano. Come? Continui a non capire? Non te ne frega, scendi che sei sotto casa? Che cazzo stai dicendo? Ehi, sono malato. Un po’ di rispetto per chi è in degenza. E che diamine!”
Uno stupido dialogo che potrebbe essere ripetuto all’infinito. Il problema, ammessa che ce ne sia uno, ma credo che fin qui tutti converrete nel dire che ci sia, è che io so cosa vorrei fare da grande. Quello che voglio fare è *****. Peccato che non sia un lavoro.

Scritto da Sergei
01:32 / p-link / racconti, vita, sfoghi / commenti

venerdì, 15 maggio 2009

 

Maratona 

È dannatamente perfetta. Intendo la postazione, la posizione e tutto il resto. Riesco a scrivere in comodità e a isolarmi. Cristo, è proprio perfetta. Sembra come se fossi tornato a scrivere con una vecchia macchina, un’olivetti di venti e passa anni fa. Una bellissima sensazione. Ora, a parte il fatto che non so di cosa scrivere, però... Niente, lasciamo stare.

Ho un po’ di nausea. Sarà la cervicale. Effettivamente devo capire se questa posizione, con la sedia e tutto il resto, mi provochi dolori ai muscoli della cervicale. Sono muscoli, vero? Bah, credo di sì, non faccio il dottore.

Bussano alla porta.

“Chi è?”

“Siamo noi. Apri.”

Guardo dall’occhio magico e vedo loro due. Che palle! Apro. Sono amici ma anche due pazzi.

“Sei ancora così? Sono le undici di mattina. Vuoi darti una lavata e vestirti?”

Mi guardo. La mia vestaglia, le palle al vento nascoste da un finto pantaloncino, ciabatte ai piedi mezze rotte.

“Sono perfetto. Anzi, voi datevi un’occhiata, rischiate di sfigurare con me al vostro fianco.”

“Certo, certo” fa uno dei due.

Si accomodano in cucina, quel che resta di una cucina.

“Preparaci un caffè, per piacere.”

“Sissignore.”

Mentre preparo il caffè li sento parlare. Porco cazzo, ero così felice fino a due minuti fa. Perché devono rompermi le palle a quest’ora del mattino? Non vedono che è così presto?

“Dai con questo caffè! Dobbiamo andare.”

“Andare? Dove?” domando mentre apro una birra.

“Come? Non ricordi? È per oggi.” Tiro un rutto. Di che cazzo stanno parlando? Mi massaggio il collo. Forse quella postazione non è poi così comoda come vuol farmi credere. Maledetta scrivania. È bassa, troppo bassa e mi tocca abbassare il collo per leggere quello che scrivo.

“Ehi? Ci sei?” domanda l’altro.

“Ah? Sì, certo. Mi cambio le mutande e andiamo.

“E il caffè?”

“È lì,” indico la macchinetta, “quando sale versatevelo in una tazzina. Ammesso che la troviate.”

“A me piace zuccherato” interviene ancora l’altro.

“Non ho soldi, non ho zucchero. Bevilo amaro, fa bene.”

Cristo, che rottura di palle. Dov’è che dobbiamo andare? Mi porto la birra nella stanza. Guarda com’è bello, sembra proprio una macchina per scrivere. Tirò giù un bel sorso di birra. Mi siedo alla scrivania e comincio a scrivere. Stavo parlando di due che bussano alla porta, ma non so chi siano. Poi mi guardo intorno per capire dove mi trovo. Bevo ancora. È finita. Dannazione, durano sempre così poco. È un attimo, il tempo di bere e tirare un rutto.

“Ehi!” sento urlare dall’altra stanza.

“E non mi rompere il cazzo, ho da fare!”

Dove ero rimasto? Ah, due tizi bussano alla porta. Bene, cosa ne devo fare? Li faccio scopare come scimmie? No, meglio di no. Troppo scontato. Vediamo, riflettiamoci su.

“È tardi” sento tirarmi per una spalla. Lo guardo e poi guardo la birra che è finita.

“Portamene un’altra.”

“È  T A R D I !”

“Un’altra e andiamo.”

“Maledizione, ci farai far tardi.” Lo sento bestemmiare in cucina.

Dov’ero rimasto? Non ricordo. Ah, maledizione!

“Tieni!”

La apro e inizio a bere. Bella fresca. Non c’è niente di meglio che una bella birra fredda a stomaco vuoto.

“Ti ammazzerai. Dico sul serio. Devi controllarti, ma, soprattutto, devi sbrigarti. È tardi” mi urla contro.

“E smettila, mi stai rompendo le palle da quando sei arrivato. È tardi, è tardi. Ma dove dobbiamo andare? Dove? Se arriviamo in ritardo che succede?”

Spalanca la bocca. È chiaramente scioccato. Cosa avrò mai detto?

“Ritardo? Che succede?” ripete come se fosse un pappagallo.

“Sì, proprio così. Che succede?”

“Succede che non siamo più i primi” interviene l’altro.

“Quindi?” continuo a bere.

“Lo stai sentendo? Dico, ti pare normale quello che sta dicendo? Dio mio salvaci tu.”

“Visto che sei vicino alla porta, portamene un’altra.”

“D O B B I A M O  A N D A R E  È  T A R D I !”

Mi gratto le palle e bevo dalla bottiglia.

“Capisco. Va bene, come volete. Cominciate a scendere e ad accendere l’auto. Trovo un pantalone e scendo subito.

“Oh, finalmente!”

“Dai, dai che è tardi.”

“Arrivo, arrivo” dico calmo e sorridente.

Li sento chiudere la porta e scendere di corsa per le scale. Vado in cucina a prendermi un paio di birre. Giusto perché poi non ho voglia di alzarmi. Le porto nel mio nuovo scrittoio. Sì, da oggi lo chiamo così, lo scrittoio. Bello, mi piace. Apro entrambe le birre e finisco di bere quella precedente. Dov’è che devono andare? Me l’hanno detto? Perché proprio non ricordo.

Oh, rieccoci. Ero rimasto a quei due fuori la porta. Li faccio bussare, sì, perché altrimenti che senso avrebbe avere due fuori a una porta? Ecco, bussano e chiedono del protagonista.

“Chi siete?” faccio chiedere al personaggio principale.

“Siamo noi, apri” dicono loro due.

Apre la porta e si accomodano tutti e tre in cucina.

“Preparaci un caffè e vestiti che dobbiamo andare altrimenti facciamo tardi.”

Lui prepara il caffè. Dice a uno dei due di controllare la macchinetta, le tazze sono nel mobile in alto. Va in camera da letto, prende scarpe pantaloni, maglie e quanto serve.

“Dai” urla uno dei due dalla cucina.

Lui si veste, si sta legando le scarpe quando lo interrompe l’altro.

“Ne vuoi un po’?” indica la tazza col caffè.

“No, grazie. Ne ho già preso uno prima che arrivaste.”

“Siamo pronti?” domanda impaziente.

“Sì. Andiamo, altrimenti facciamo tardi” dice il protagonista.

“Giustissimo.”

Prende le chiavi, chiude bene la porta e scendono di corsa le scale. Sono completamente affaticati quando arrivano al portone.

“Bene,” fa uno dei tre, “dove dobbiamo andare?”

 

Fine

Scritto da Sergei
16:36 / p-link / riflessioni, racconti, vita / commenti

venerdì, 01 maggio 2009

 

Due candele 

Erano seduti al tavolo. Avevano da poco finito di cenare. La luce era andata via. Presero due candele e le accesero al centro del tavolo. Una cena d’altri tempi, pensarono entrambi. Bevevano vino. La bottiglia era quasi finita.
“Ne prendo dell’altro?” domandò lei.
Lui guardava fisso il liquido nel bicchiere. Tirò giù tutto in un unico sorso, poi la guardò per qualche secondo.
“Sì, grazie.”
Rimase a tavola da solo. Fuori lo scroscio della pioggia si abbatteva sulle finestre della cucina. Si affacciò per capire meglio come procedesse la serata. Non si vedeva un granché. Il cielo era chiuso e pioveva pesante. Una luna nascosta tra le nuvole non basta a illuminare la strada.
“Tieni” gliela passò, “Stappala, ti prego, sai che non sono capace.” Lui sorrise e raccolse l’invito. Trascorsero qualche minuto in silenzio, ogni tanto uno sguardo e un sorso di vino, niente di più.
“Sai, non capisco perché si ostinino ad attaccarmi” fu lui a prendere la parola.
“Beh, vedi...” tentennò un po’ nel dare la risposta. Accavallò le gambe e bevve un grosso sorso. “Un po’ dai fastidio con questo tuo modo di fare.”
“Quale modo di fare?” domandò.
“Il problema è che non te ne accorgi. Tu vuoi fare troppo, a loro non è concesso.”
“Non capisco” pronunciò con aria totalmente sincera.
“Vai contro le loro regole. Sei un ribelle per loro. A prima vista ti dicono: ‘Sì, fa’ pure, hai ragione. Devi insistere’ e poi, con quell’estrema lentezza che li contraddistingue, elaborano il tuo pensiero e le loro frasi. Che cosa ottengono? Ottengono che loro non possono perché non ne sono in grado, quindi ti attaccano. Capisci ora?”
F. apparve confuso. La mano tremante accompagnava il bicchiere alla bocca.
“Ovvio che non capisco. Tu perché non mi abbatti come fanno loro? Perché non mi prendi a sassate? Accusami, ti prego!”
M. rise. Si passò una mano tra i lunghi capelli neri. Giochicchiava con le punte.
“Mi stai forse accusando di essere una di loro?”
“Non mi appartieni, questo è certo.”
“Quindi per te esistono solo due categorie, loro e tu?”
“Beh...”
“Come sei riduttivo. Vuoi tanto volare che non sai nemmeno se hai le ali o meno.”
“Scusami, hai perfettamente ragione.” Le versò dell’altro vino. Lei sorrise e gli baciò la mano.
“Vedi, tutto quello che vorrei fare è esprimermi. Per me è semplice, è come un bisogno qualunque, un bisogno che va soddisfatto. Non posso negarlo. È come se dovessi mangiare. Vuoi che io muoia di fame?”
“Per mangiare c’è bisogno dei soldi.”
“Soldi, soldi, soldi. Non fate che ripetere questa parola così povera. Per mangiare c’è bisogno dei soldi, per vestirsi dei soldi. Fra poco anche per cagare ci sarà bisogno dei soldi.”
“In un certo senso già adesso bisogna pagare...”
“Sì, come vuoi. Perché, allora, questo mio esprimermi non può diventare redditizio?” Morse un pezzo di pane che era avanzato dalla cena.
Lei lo fissò per qualche secondo. “Chi lo dice questo?” domandò senza alcun tono nella voce.
“Loro lo dicono, ecco chi lo dice. Loro!”
“E tu segui le indicazioni di un cieco? Non preferiresti avventurarti in un sentiero che non conosci da solo piuttosto che ascoltare la voce di chi non sa cosa dice?”
F. pareva nervoso. Batteva le dita sul tavolo, quasi come se stesse suonando.
“Tu la fai semplice, vero? Perché sei forte, non t’interessa niente, non t’interessa nessuno.”
“Menti e lo sai” disse con rabbia, “Di te m’importa eccome.”
“Sarà...”
M. si alzò di scatto dalla sedia. Con i pugni chiusi sul tavolo, gli parlava. “Non dovevi, non me lo merito.”
F. fece una smorfia. “Hai ragione, cara. Ti chiedo scusa. Per piacere torna a sederti. Scusami ancora.”
“Sei nervoso, lo capisco” disse tornando a sedersi. Lui prese la sedia e le si avvicinò. Ora erano l’uno di fronte l’altro. Lei gli prese le mani tra le sue.
“Non è meglio morire poveri ma con la soddisfazione di aver provato a scalare il muro piuttosto che perire ricchi e con le lacrime agli occhi?”
“Ci vuole coraggio” disse lui con voce quasi strozzata dalle lacrime.
“Tu hai coraggio. Lo vedo ogni giorno. Tu ci provi, giorno dopo giorno lotti. Gli altri forse lo fanno? Non sarai il dio della comunicazione tra persone, ma sai esprimerti in altri modi.”
“In pochi lo sanno questo.”
“Meglio pochi che niente, non ti pare?” Lo baciò delicatamente sulle labbra.
“Io... non so per quanto tempo potrò andare avanti così. Non reggo tutta questa pressione.”
“Nessuno ti sta mettendo pressione. Nessuno ti ha urlato che ti devi muovere. Nessuno. Perché allora tutto questo stress?” Gli accarezzava il volto. Vide una lacrima scivolar via dagli occhi.
“Forse sono io, soltanto io. Creo, smonto, faccio, distruggo. Non so, non so niente, è questo il vero problema.”
“Dovresti avere più fiducia in te. Tirati su e continua a combattere. Non sei una persona debole. I deboli non combattono e tu lo stai facendo. Solo il fatto di lottare ogni giorno dovrebbe renderti forte, più consapevole delle tue potenzialità.”
“Già, peccato che per me non sia così. Vedo gli altri volare, anche se stanno con i piedi a terra. Gli altri volano ed io guardo.”
“Guardi male, perché chi non ha ali, non può volare.”
Lei verso a entrambi dell’altro vino. Gli passò il bicchiere. “Bevi.”
“Vuoi forse farmi ubriacare?” domandò sorridendo.
“Perché no?” rispose divertita.
Fuori il tempo né migliorava né peggiorava. La solita acqua bagnava la terra. La natura che si nutre. I vetri suonavano pioggia.
“Perché è andata via la luce?” chiese lui ad alta voce.
“Tu sei sicura che sia andata via?”
“Abbiamo le candele a tavola, cosa dovrei pensare?”
“Che un po’ di romanticismo non guasta?” Risero entrambi.
Si alzò e provò ad accendere la luce, ma niente, non c’era elettricità.
“Perché lo hai fatto?”
“Volevo esserne sicuro.”
“Non ti bastava la mia parola?” disse lei con aria tranquilla.
“Potevi anche aver mentito o esserti sbagliata.”
Continuarono a bere per diversi minuti in totale silenzio.
“Perché non ti lasci andare?” domandò lei.
“In che senso, scusa?” Era confuso da quella domanda.
“Non trovi che sia una bellissima serata? Eppure hai dovuto controllare se ci fosse la luce. Che cambiava? Dico, se ci fosse stata la luce, l’avresti accesa? Avresti spento le candele?”
“Non lo so, può darsi. Sì, probabilmente avrei spento le candele e...”
“Te ne saresti andato di là, steso sul divano” completò lei la frase.
“Già.” Tirò giù l’ultimo sorso del bicchiere.
“Sai, mi sento stanco” si confidò lui.
“È il vino, tesoro.”
“No, non quel tipo di stanchezza. È come se questo continuo lottare mi rendesse esausto.”
“Beh, è così. Non puoi pretendere di lottare e sentirti bene fisicamente. Non sei un androide. Sei umano, e gli umani si stancano quando corrono.”
“Può darsi” il suo tono era pieno di sconforto.
“Che cosa farai quando tornerà la corrente?” Era rimasto poco vino nella bottiglia. Lei lo spartì equamente.
Lui si portò le mani al volto. Si accarezzava il mento mentre rifletteva.
“Sai, pensavo a quello che mi hai detto prima, al fatto della leggerezza. Quello che mi è piaciuto di questa sera è il silenzio. La natura che lì fuori sembra suonare una dolce melodia. Quest’aria semplice. Ecco, la semplicità.”
“Dimmi di più” fece lei.
“Pensa se ci fosse stata la corrente. Avrei acceso il computer o mi sarei piazzato sul divano a guardare la tv. Non avrei parlato con te, non mi sarei confidato e sfogato. Niente di tutto questo. Avrei accettato la quotidianità e mi sarei comportato come tanti di loro, insomma, avrei fatto le solite cose.”
“Mi fa piacere che lo dici.” Lo baciò su una guancia.
“Vorrei che questa semplicità ci fosse più spesso.”
“Da come lo dici pare che non possano esistere giorni così.”
“Sperare di restare ogni sera senza luce?”
“No, scemo, intendevo dire vivere con semplicità. Volare con leggerezza.”
“Già, volare con leggerezza...” ripeteva mentre fissava fuori dalla finestra.
“Non posso volare se sono pesante. Se ho questo peso addosso come posso pretendere di spiccare il volo?”
“Mi fa piacere che lo dici. Che forse tu abbia capito?”
“Non credo, ma almeno è già qualcosa.”
“Domani andiamo al fiume se è una bella giornata, che ne dici?” propose lei.
“A vedere le acque che trasportano via tutto?”
“Forse. Magari qualcosa resta sepolto e non si muove per molto tempo. Chi lo sa.”
“Vorrei tanto poterti contraddire ma non ne ho la forza.”
“Né la voglia.”
Entrambi finirono di bere.
“Mi concede un ballo, signora?”
“Non saprei, dovrei chiedere a mio marito.” Risero entrambi e si lanciarono in un lento con la musica della natura che accompagnava i loro passi.

Scritto da Sergei
13:19 / p-link / pensieri, racconti / commenti (1)

giovedì, 19 febbraio 2009

 

Mani nude 

Presi le chiavi di casa ed uscii. Era troppo, ero stanco, stufo, quasi ammalato da tutto quello che mi circondava. Fuori nevicava. Non era una cosa usuale. L'ultima nevicata l'avevo vista più di dieci anni prima. Assurdo, pensai. Così era, tutto totalmente assurdo. Lasciai stare la macchina e decisi di andare  a piedi. Passeggiavo lungo il marciapiede, isolato dopo isolato. Le vetrine splendevano di gioielli visivi unici, pura merce da rogo. Vedevo le loro facce entusiaste, felici, dinanzi a quell'orrido spettacolo del vuoto. Li ignoravo, proprio come facevo una volta. Sì, perché le cose in un certo qual modo erano migliorate. Sembra assurdo ora dirlo, ma quasi mi sentivo guarito da una lunga ed estenuante malattia. In quelle ultime settimane non facevo altro che pensare a tutto quello che mi era successo. Pensavo al mio passato, alla mia infanzia, all'adolescenza, a tutte quelle stronzate. I pensieri viaggiavano nella mente sempre più velocemente. Non avevo il tempo di rendermi conto di come le cose procedessero, ero così ipnotizzato dal passato che avevo gettato via il presente e, forse, anche il futuro. Assurdo, no? Ero completamente immerso in un mondo che ormai non esisteva più e che non aveva motivo di esistere. Passai  diversi giorni a piangere e a bere. Non capivo più nulla. Il tempo trascorreva in modo inverosimile.  Pazzesco, tutta la mia vita, il mio povero diario di esperienze, tutto folle e tutto immerso in un  frullatore di ricordi. Qual era il passato e quale fosse il presente, non lo capivo proprio più. Fu allora che presi la decisione delle chiavi. Questa storia doveva finire in un modo o nell'altro. Il solo fatto di svegliarmi ogni mattina tra quelle quattro mura che una volta mi erano nemiche e oggi ostili, era troppo  per me. Stanco io, stanco il fegato. Per troppo tempo i fumi dell'alcool mi avevano confuso. Vivere immerso nel disordine mentale non è affatto semplice. Sfido chiunque a correre e a chiudere gli occhi per poi riaprirli e di nuovo chiuderli. Che casino, un gran bel casino.  E io correvo, correvo verso il mio essere, verso il mio passato. Lentamente non facevo altro che piegarmi verso l'interno. Insomma, stavo implodendo.  Già, stavo. Perché poi presi le chiavi in mano e me la filai.

Dopo aver percorso diversi isolati, decisi di fermarmi in un bar. Era un posto comodo e confortevole. Luci calde e scure, dal tocco rilassante. Poca gente, tavoli liberi e il barman era una persona a modo. Chiesi un caffè e presi una ciambella. Era da qualche tempo che non mangiavo e bevevo quella roba. Ero annegato nell'alcool dei ricordi. Dannazione, non potevo continuare ad andare avanti così, senza lavoro, senza nessuno che mi correggesse. Restai lì seduto per una decina di minuti a mangiare la mia ciambella e a bere il caffè caldo. Vedevo persone andare, persone che si sedevano, altre ancora che litigavano per un qualcosa d’indefinito. A pensarci bene oggi, forse avrei fatto ad aprire la finestra. Un po' di aria fresca, magari avrei potuto affacciarmi e vedere le persone che passavano nel loro lungo scorrere. No, la malattia non me l’ha permesso. Ora che sono quasi libero è facile dire queste cose. Lessi qualche pagina di giornale, un quotidiano che non avevo mai sentito nominare. Solite cose, solita noia. Pagai lasciando una lauta mancia e me ne andai. Fuori faceva un freddo cane rispetto alla calda temperatura del bar. Sentivo la necessità di rientrare in quel posto, di tornare nella tana e riscaldarmi perché lì fuori faceva troppo  freddo, c'era troppa paura per le strade. Così mi feci coraggio e proseguii nel mio viaggio. Ah, dove stavo andando? Non lo sapevo. Ancora oggi non mi è chiaro quello che combinai quel giorno.

Comprai una sciarpa e me la legai bene al collo. Guardai le mani fredde e screpolate. Avevo bisogno di un paio di guanti. Non riuscii a trovare nessuno che vendesse guanti. Tra le strade le persone avevano le mani ben coperte ed io, invece, ero un povero cristo lasciato a morire di freddo. Giravo dappertutto senza capire niente. Volevo solo che le mie mani fossero riscaldate. Niente, non trovai niente. Quasi pensai di rubare un paio di guanti a qualche passante. Troppa fatica, troppo pericolo. C'era il rischio che qualcuno mi riempisse di botte. Non capivo, come potevano capire? Sentivo freddo e volevo solo riscaldare le mie mani.  Niente di più, nulla di così assurdo. Beh, nulla e assurdo, due parole molto forti. Insomma, la giornata proseguì in questa folle speranza di trovare un paio di guanti ma credo che fin qui si sia capito. Credo di essere stato abbastanza chiaro quando dico che ero alla ricerca di un paio di guanti per le mie nude mani. Ok, ho capito, sto esagerando. Pazienza, ogni tanto tocca dare d’immaginazione e di estremismo. No, meglio non usare queste parole, qualcuno potrebbe fraintendere oppure rabbuiarsi perché mal usate. Fottetevi.

Il freddo mi stava entrando fin dentro le ossa. Perché non tornare a casa? In fin dei conti sarebbe stata  la cosa più ovvia e più semplice. No, io dovevo perseverare in quella folle impresa. Avevo pochi soldi,  giusto quello che mi era rimasto dall'ultimo lavoro. Il naso gocciolava come un rubinetto rotto. Dai,  questa la potevo evitare, vecchia come il cucco. Purtroppo è la verità, colava e, con le mani ghiacciate e  quasi rotte, cercavo nelle tasche del cappotto un fazzoletto.

Era troppo, tutto quel quotidiano che invadeva la mia mente era sul serio troppo. Dovevo reagire, fare  qualcosa. Cosa però? Volevo tanto tornare a casa, sentirmi al sicuro tra quelle quattro pareti del cazzo, a disperarmi per un passato che non mi apparteneva più. Assurdo, un'unica semplice parola per descrivere quel folle desiderio di andare via. Credo di aver sbagliato. A cavallo di un secchio me ne dovevo andare. Comunque, ritornando a parlare di non so più che cosa...

Placare le mie ansie nell'andarmene, ecco cosa avevo pensato. Imprevedibile, vero? Non so. Neanche oggi, dopo tanti anni, riesco ad avere un’idea chiara di quel periodo. Non so. Ecco tutto. Non è un fatto d’ignoranza, di voler tralasciare qualcosa. Non lo so e basta. Le domande me le sono sempre poste e non ho mai ottenuto alcuna risposta. Ignoranza? A pensarci bene potrebbe essere. Continuò, però, a non esserne  sicuro, c'è qualcosa di "magico" che mi sfugge. Eh sì, gli avvenimenti avevano preso una così brutta piega che era giusta andarmene. Lì avevo finito tutto quello che ci poteva essere da fare. Fine, questa è l'unica verità. Quante lacrime ho versato. Tutte stupide gocce di un passato che in realtà non mi apparteneva. Mancata elaborazione del lutto? Non credo. Nel corso degli anni le cose erano cambiate, il passato non mi  faceva più paura. Eppure... ecco, c'è qualcosa che mi sfugge, che proprio non riesco né a capire né a  percepire. Come mai? Dov'è che sbaglio? Dove non pongo il giusto perché? L'unica parola che la mia parola  conosce è "assurdo". Tutta questa storia, tutta la mia persona. Sono buffo, storto, anche un po' morto.  Perché quella storia mi aveva scavato così tanto, aveva portato a galla ricordi ormai che credevo fossero  morti. Beh, quel continuo scavare, giorno dopo giorno, mi stava uccidendo. E se non avessi preso le chiavi di casa? Se non lo avessi fatto? Beh, forse non starei scrivendo queste parole. Un solo tonfo alle mie spalle, la porta del mio appartamento che si chiude. Forse per sempre.

Scritto da Sergei
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sabato, 13 dicembre 2008

 

Esperimento 11 - Anxius 

Mi svegliai nel cuore della notte tutto sudato. Non riuscivo a respirare. Pensavo fosse il raffreddore ed, invece, ero perfettamente in salute. Per modo di dire. Mi girai tra le lenzuola per un paio di minuti, poi, sopraffatto dalla nausea, mi mummificai guardando il soffitto. Respiravo a fatica, respiravo con la bocca. Tutto quello che avevo mangiato era dentro di me, ricordi, emozioni, sensazioni di un quotidiano fatto a mostro. Il sonno era svanito, la pesantezza mi opprimeva. Avevo voglia di urlare. Ci provai, ma non uscì niente dalla mia bocca. Un bruciore saliva dallo stomaco fino alla gola. Annaspavo nel mio stesso pensiero. Un toc continuo batteva nella mia mente. Urla, rumori, macchine e treni che ripetevano il loro squallido rumore nel mio cervello. Non ne potevo più. Volevo urlare, volevo girarmi, chiudere gli occhi e dormire. Così feci. Fu allora che vidi la sua faccia brancolare nel buio. Un breve riflesso della luna illuminava il suo sporco volto. Non aveva lineamenti. Semplici occhi, così come tutto il resto del suo volto. Quasi pareva un manichino, un manichino che fissava i miei occhi, che fissa quello che io non potevo vedere dentro di me. Ebbi paura, lo ammetto, ma non fu solo quello a terrorizzarmi. Una presenza sembrava avvolgermi tra le coperte. Non ero più padrone del mio corpo. Non riuscivo a muovermi. Solo lo sguardo fisso in quegli occhi da manichino. La luna splendeva fuori e il vento fischiava. Ho pensato sul serio di morire. Così sarebbe stata la mia fine, strozzato dai miei sterili pensieri, ucciso tra le bianche lenzuola nel cuore buio della notte mentre un manichino mi teneva compagnia. Poi qualcosa cambiò. Di preciso non so cosa, forse una chiave che finalmente trova il suo lucchetto. Sì, era una chiave, una chiave che gira e si spezza. Tutto il peso della giornata sul mio stomaco. Non riesco a respirare, sto per morire, questo pensai. Di nuovo quel toc, di nuovo quel martellante frastuono del quotidiano che si schiantava nella mie mente. Il manichino, sorretto dal chiaro della luna, mi sorrideva e con una fredda mano, mi accarezzava il volto madido di sudore. Avevo freddo pur se le temperature degli ultimi giorni registravano quasi i venticinque gradi. Io ero nel letto, tra le mie bianche lenzuola, che venivo affogato dall’oscurità. Che la vita non me ne voglia, ma avrei sul serio preferito essere ucciso in altro modo, avrei voluto che la mia mano mi avesse tolto la vita, non quello stupido burattino sorridente.

Il giorno dopo mi svegliai un po’ appesantito dal cibo e dalla stanchezza. Bevvi un caffè e trascorsi come al solito la mia cupa giornata. Quando venne la sera tornai nel mio letto, tra le mie bianche lenzuola. Quel letto era lì che mi attendeva. Gli occhi, gonfi dalle ore passate al lavoro, imploravano il riposo. Un peso accarezzava il mio stomaco. Mi misi nel letto, guardai un po’ di televisione. Dopo una decina di minuti spensi l’affare malefico e mi girai su un fianco. La stanza era così silenziosa. Non riuscivo a prendere sonno. Era come se mancasse qualcosa, qualcuno. Sì, mancava decisamente qualcuno. Sentivo scorrere qualcosa dietro le mie spalle. Una presenza, una viscida presenza. Avevo paura. Paura perché non capivo cosa potesse essere, da dove saltasse fuori quell’intera storia. Chiariamo subito un punto: non credo ai fantasmi, alle anime e a tutto il resto. Quella che mi accarezzava le spalle era la mia subdola paura. Già, l’avreste mai detto? La paura era lì che mi teneva compagnia. Quella sera non c’era la luna a coprirmi le spalle, così la paura poteva tranquillamente sgattaiolare tra le lenzuola e farmi sua. Mi girai di scatto prendendo il telecomando. Fuori pioveva e tirava vento. Non faceva più caldo. Era diventato tutto così assurdo. Assurdo, sì, è proprio la parola più adatta. Il cambiamento che avviene così, da un giorno all’altro, e io non me ne ero accorto. E ancora questo peso sullo stomaco, ancora la nausea e il respiro affannoso. Cercavo con una mano il telecomando a terra ma non riuscivo a trovarlo. La presenza incalzava tra le lenzuola. Io urlavo un suono morto mentre cercavo il telecomando. Vomitai. Tutto a terra. Vomitai l’intero giorno sul pavimento della mia camera da letto. L’avreste mai detto? Vedere i pezzi del vostro quotidiano fare pan-dan con le mattonelle? Beh, finì così. Rivolsi lo sguardo al soffitto cercando di prender fiato. Qualche minuto dopo mi alzai per raccogliere la mia vita a terra. Pulii tutto per bene. Lavai il pavimento dov’era sporco e tornai a dormire. Sognai. Del resto tutti lo facciamo. Sognai di un morto e che questo morto centrava in qualche modo con me. Venivo aggredito da tre piccoli cani neri. Mi mordevano le braccia. Mille morsi eppure non perdevo un goccio di sangue. Ricordo che trovai una mazza da golf in un portaombrelli, la presi e stavo per colpire i cani… poi mi svegliai.

Presi il mio solito caffè e tornai al mio stupido lavoro. Vedevo i pedoni attraversare la strada ignari di se stessi. Tanti piccoli manichini che vanno da qualche stupida parte. Io ero uno di loro? Anche io, in fondo, stavo andando da qualche stupida parte. La giornata proseguì come al solito. Lavoro, casa, altro lavoro. Era sempre il solito banale quotidiano. Non avrei saputo fare di meglio. Questa è la mia impostazione. Bevvi un sorso di latte perché mi bruciava lo stomaco e mi recai a letto. Fuori era una bella giornata. L’avvolgibile era tutto su. Fuori la luna splendeva nel suo massimo. Non c’era vento, non c’era niente là fuori, perché a quell’ora i manichini dormono. Mi distesi sul letto a guardare fisso il soffitto. Faceva caldo, ma di quel caldo bello, secco, che ti permette di vestire in tutta libertà, spoglio da tutti quegli “accessori” inutili. Mi girai su un fianco, per la precisione sul fianco sinistro a guardare la porta. Vedevo quella grossa voragine pronta ad inghiottirmi. Sorrisi, sì perché non potevo fare altrimenti. Il respiro era calmo, lo stomaco rilassato. Cominciai ad avere un po’ di freddo, così mi misi sotto le bianche coperte nel buio della notte. Ruttai e finalmente mi addormentai senza che alcun burattino mi tenesse compagnia.  

Scritto da Sergei
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mercoledì, 05 novembre 2008

 

Esperimento 04 - La finestra 

Pensaci. Se qualcuno ti dicesse che potrebbe curarti, che basta una semplice pasticca per guarire il tuo male, tu accetteresti? No, certo che non lo faresti. Sei così miserabile che anziché vedere il mondo sotto una nuova luce preferisci le giornate uggiose. Fanculo, pensi. Sto bene così, perché mai dovrei guarire? Guarire da cosa poi? Io… sì, sto male. Ma sto bene così, vivo nella mia miseria. Così passo le giornate, a compiacermi della mia finta salute e a salutare il mondo dalla finestra. Di tanto in tanto apro il mobiletto e mi verso qualcosa da bere. Osservo, questo faccio. Penso, penso che le cose potrebbero cambiare, prendere una piega diversa se solo non fossi malato. Ma lo sono! Dannazione se lo so. Cosa ci posso fare? “Fatti curare” mi dice una voce, ma non ho voglia di ascoltarla. Cosa ne può sapere di me, del mio essere? Niente, anche se la voce che mi parla è la mia voce. Pazienza, le cose potrebbero andare diversamente. Il mondo funziona così, funziona che ti devi adattare. Altrimenti affanculo tutto e tutti. Ti ritrovi riverso in un mare di saliva, in un mare fatto con gli sputi delle persone. Il mondo è bello perché è vario, fanculo. Io non vedo niente, solo povertà e falsa speranza. Con questo non voglio dire che domani sia la fine del mondo. Ci vorrebbe una scossa (sì, di terremoto) per svegliare tutti questi mentecatti. Un povero che dice ad un altro povero che è povero. Povero me.

Non ho la forza. Forse ho grande immaginazione. Credo che le cose potrebbero cambiare, qui seduto alla mia finestra a bere del vino. Ecco che gli ultimi risparmi vanno via. Guardo il libro che è sul tavolo. Penso che vorrei averlo scritto io. Così funzionano le cose. Pensi e lì finisce tutto. Solo i pazzi danno vita ai loro pensieri. Peccato che i pensieri dei pazzi non siano conformi al mio pensare. Peccato. Già, peccato. Troppi peccati, troppe cose andate, lasciate scorrere. Osservo, sono un osservatore. Vedo cose che gli altri non vedono. Sono muto. Non ho parola, solo pensiero. Il pensiero è chiuso qui, in questa fottutissima camera che in molti chiamano cervello. Mi costringe a pensare, ma io non voglio. Come posso fare? Tutte queste parole che scorrono nella mente, che la mia bocca vorrebbe pronunciare. Pronunciare a chi? Non c’è nessuno che può ascoltarmi. Sono solo, seduto ad una finestra a guardare i gatti rincorrersi. Che belli gli animali, non possono mentire (eccetto per sopravvivere).

Vivere a contatto con questi infetti, che parlano e parlano senza avere un pensiero. I pazzi mettono in atto il loro frustato pensiero, gli infetti parlano al loro pensiero.

Che mondo triste, fine, virulento. Capace di essere annientato in un attimo dal volere di miliardi persone.

Ho voglia di piangere. Il pensare non mi lascia tregua.

“Esci” mi dice uno stolto dagli occhi di fuoco, “Conosci persone. Ti farà bene.”

Ma fottiti. Vi odio tutti. MENTITORI. Miliardi di bugiardi che credono di essere altre persone. Inetti col grado di artificieri, nel senso che diventano artefici del nostro destino (pessima, sul serio era pessima questa). No. Stronzate, tutte stronzate le mie.

Sono così triste che potrei buttarmi giù dal balcone. Lancio un urlo e giù. Anzi, lo faccio senza urlo. Scavalco e mi lascio cadere sorridendo sul marciapiedi.

Sono malato. I malati pensano a suicidare. No, non è vero! I mentecatti o gli infetti direbbero che chi si suicida è una persona dalla grande forza, dalla grande volontà. TUTTE STRONZATE! Dov’è la grande volontà nel togliersi la vita? C’è forse volontà in questo? O, forse, era molto più difficile ripartire da zero, andare avanti, andare oltre? Oh, quella è volontà, non il prendere e premere un grilletto. Quella si chiama MALATTIA. Giustamente cosa mi posso aspettare dai malati se non dei malanni?  No, ma loro hanno la ragione. Io, io sono un povero che pensa e che non può parlare.

Bevo dal bicchiere e guardo il paesaggio. Sono solo in questa triste casa. Niente ricordi, niente presente. Niente. Insomma, le cose hanno una loro logica che io non conosco. Quali cose? Stronzate.

Vorrei poter dire finalmente: “Eccomi! Sono io, sono libero!”

Dirlo con il sorriso sulle labbra. E poi? Cosa rimarrebbe ai miei occhi? Finirei per essere uno di loro, uno dei tanti. Ho voglia di andare oltre, peccato che non ne abbia la volontà, o forza che dir si voglia.

Ecco, questo è il pensare. Uno sterile tentativo di creare l’impossibile, uno sterile tentativo di poter andare oltre. Somaro. Sono un somaro lo ammetto. Sono un bracciante senza arti. Come posso lavorare? Ho il mio pensiero, ma con questo non si vive, ci si ammala.

Scritto da Sergei
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venerdì, 05 settembre 2008

 

Esperimento 07 - C'era una volta... 

“What fuck…”

Fu allora che incontrai Dio. Ero disteso su una panchina a prendermi il primo sole di maggio. Lui girava per il parco con una specie di camice bianco e imprecava se stesso.

Mi si avvicina e inizia a parlare in inglese.

“Boss,” gli dico, “qui non parliamo l’inglese.”

“Ah, ora capisco perché nessuno mi presta attenzione.”

“Non è quello il problema” gli faccio presente, “anche se parlavi nella nostra lingua lo stesso, per loro, eri indifferente.”

“Come mai tu mi degni d’attenzione?”

Chiudo gli occhi. Il sole è accecante a volte.

“Sto su una panchina a prendere il sole. Non capisci?”

“Credo” si passa la mano sul volto, “di aver perso qualcosa.”

Mi guardo in giro. Scendo dalla panchina e controllo a terra. Non vedo nulla.

“Cosa hai perso?” gli domando incuriosito.

“La capacità di lettura, la capacità di giudizio. Credo di aver perso molte cose.”

Fingo di riflettere mentre torno a sdraiarmi sulla panchina. “Perché dici questo?”

“Perché?” ride. Chiudo gli occhi e lo ascolto.

“Anni fa, quando tutto fu generato…” lo interrompo.

“Anni fa?”

“Oh, perdonami. So che per voi il tempo è qualcosa di molto importante.”

“Soprattutto per le multinazionali o per chi ha i soldi, insomma gente del genere.”

“Vorrei dirti che ti capisco, invece non posso. Sai perché?”

“Perché?”

“Non ci sto capendo nulla. I mean, sembra di essere in uno zoo con le gabbie aperte.”

“Opera tua.”

“Non è vero!” tuona. “Non è questo che avevo intenzione di creare.”

“Nessuno è perfetto.”

“Io sì.”

“Già, come no.”

“Osi sfidarmi?”

“Constato i fatti.”

“Hai ragione, perdonami. Ultimamente sto diventando troppo suscettibile. Hai visto quell’uragano? Ho perso la pazienza e così…”

“Yeah.”

“Credo di aver bisogno di un sostegno psicologico.”

“Come mai?”

“Mi sento” fa una paura, “come dite voi? Depresso, giusto?”

“Beh, dipende. Molti di noi sono depressi. Altri sono ansiosi, altri disturbati. Non vedi come corrono?”

“Poveri stolti.”

“A chi lo dici.”

“Non volevo questo, capisci?”

“Poche persone, soldi e potere.”

“I soldi non sono una mia invenzione.”

“Molte cose non sono una tua invenzione. Questo però non giustifica la tua assenza.”

“Libero arbitrio.” Gli rido in faccia. Mi metto a sedere. Lui è a terra che gioca con un sassolino.

“Stronzate e lo sai anche tu.”

“In qualche modo dovevo pur giustificarmi.”

“Certo, tutti vorremmo scappare dalle responsabilità. Guarda come va il mondo. È tutto uno scarica barile. Di chi è la colpa? Mia, tua, sua, no è di nuovo tua, no è mia, e così via.”

“Non capisco dove ho sbagliato. Con gli animali c’ho preso bene, direi.”

“Dipende dai punti di vista.”

“Che intendi dire?” mi domanda sorridendo.

“Beh, vedi, alcuni uomini definiscono gli animali stupidi, incapaci di comprendere, di apprendere. Cose del genere insomma. Un animale è una ‘cosa’ stupida.”

“Questa è forte” ride fragorosamente. “Un animale che giudica un altro animale. Questa è proprio bella.”

“Sì, lo so. Ma non è tanto il fatto di giudicare. Vedi” mi fermo a pensare, “Lì c’è un cane o un gatto. Li vedi sereni, tranquilli. Stanno al sole a riscaldarsi. Ogni tanto si alzano, fanno un girano, pisciano da qualche parte. Cose del genere insomma. Sono sereni. Il cane ti viene anche vicino e si fa accarezzare. Il gatto è diffidente, ti studia, magari sa, intuisce qualcosa, ma lo stesso non si avvicina. Comunque è lì che ti fissa. Hanno pazienza sai. Gran bella invenzione, te lo devo dire. Dicevo, quegli animali vivono così. Sole, acqua, bisogni fisici, si accoppiamo e via. Niente difficoltà, niente di niente. Felici, sono felici anche se non posso sorridere.”

“Un cane sorridente… dovevo pensarci.”

“No, lascia perdere. Il sorriso molto spesso è indice malignità.

“Hai ragione” torna a pensare. Sta sempre seduto a terra. Ogni tanto muove un sassolino, disegna qualcosa a terra.

“Nella loro semplicità sono felici. Guarda l’uomo invece, crede che, siccome ha costruito palazzi e inventato follie, sia superiore alla bestia. Lui, la prima bestia della storia, crede di essere superiore ad un qualsiasi gatto.

“Vergogna.”

“Giustissimo. Guardali gli uomini, tutti indaffarati nei loro cupi pensieri. Tutti che corrono. Dicono che bisogna muoversi, sbrigarsi. Io mi becco delle offese. Sai cosa mi dicono? Che sono lento, che non riesco a stare al loro passo, che non otterrò mai niente dalla vita. Ci vuole metodo e dedizione, mi ripetono. E giù tutti a correre.”

“Non capisco una cosa” si gratta la barba, “Perché non fai come loro? Come mai stai qui a prendere il sole?”

“Non lo hai detto tu che sono malati?”

“Oddio, non ho usato proprio questa parola, ma credo che sia la più adatta.”

“Malati, psicotici subnormali. Chiamali come ti pare. Sono dei disturbati. Credono di essere sani perché riescono a cagare e pisciare normale anziché sangue. Magari lo facessero, forse sul serio imparerebbero qualcosa. Anyway. Di cosa stavo parlando?”

“Malati subnormali.”

“Ah, già. Dicevo, pensano di essere normali. Cos’è la normalità? Vogliamo intendere normalità come uno stato di benessere fisico e mentale? Se è così nessuno di loro è normale. Se intendiamo normale come aggregazione della massa, che abbiamo gli stessi gusti, la pensiamo uguale, beh, dimmi tu se questo vuol dire essere normali.”

“Perché allora usate questa parola, ‘normale’?”

“Perché li tranquillizza. Non vedi come sono calmi quando vedono cose che non li inducono alla curiosità?”

“Pensavo che l’uomo fosse il più curioso fra tutti gli animali.”

“Sì, beh, forse una volta. Sai all’inizio il mondo poteva apparire come una grande casa dalle mille stanze, così avvertivi la curiosità divorarti e iniziavi a pellegrinare di stanza in stanza.”

“Cos’è successo poi?”

“La pancia.”

“Come? La pancia?”

“Sì, l’uomo ha messo su pancia.”

“E quando l’avrebbe fatto?”

“Quando ha iniziato a pensare.”

“Pensare non dovrebbe indurre l’uomo alla curiosità?”

“Una volta, forse. Oggi si pensa al colore del cellulare, all’ultima modello di macchina, all’impianto hi-fi, stronzate del genere.”

“Non capisco. E i grandi” farfuglia qualche parole, “filosofi?”

“Filosofi? Bella gente quella. Prima ti fanno credere che le cose forse possono cambiare e poi finiscono con il beccarsi l’un l’altro parlando del nulla, di sistemi finti, di spiriti inesistenti e stronzate varie. Poi magari ne becchi uno buono, che dice cose sensate, e viene deriso da tutti perché va contro corrente e parla della vita anziché delirare del nulla.”

“Come ho potuto fallire così miseramente?” mi domanda con le lacrime al volto.

“Amico, non è mica colpa tua. Tu c’hai provato, hai dato il meglio di te, ne sono sicuro. Pensaci, però, potevi mai stare ventiquattro ore al giorno ad osservarci? Il mondo è grande.”

“Ma io sono infinito” protesta.

“Noi no. Noi abbiamo paura dell’infinito, dell’ignoto, dell’eterno. Tutti sinonimi. Abbiamo paura di morire.”

“Sai cosa c’è dopo?”

“Dovresti dirmelo tu” gli faccio presente.

“Sarebbe troppo facile. Approfittare della situazione…”

“È vero, hai ragione. A me non importa del dopo. Se dovessi dar adito ai miei pensieri futuri rischierei di perdermi questo bel sole.”

“Hai ragione. Perché gli altri non prendono il sole?”

“Vanno di fretta, te l’ho detto. Sono dei disturbati in cerca della cura. Sembrano quelle persone che continuano a dire che hanno caldo, che stanno sudando, e continuano a camminare incessantemente per la stanza.”

Ride. È un tipo spigliato, lo devo ammettere. Un vecchio buontempone.

“Credono che correndo raggiungono la cura.”

“Qual è la cura?”

“Che cura? La cura la si dà al malato.”

“Non sono forse loro malati?”

“Beh, in qual senso. Vedi se io mi spezzo un braccio provo del dolore, non ti pare?”

“Certo.”

“Beh, pensa se mi spezzassi il braccio e andassi in giro tranquillamente. Che mi dici? Ti pare ‘normale’?”

“Non dire. È impossibile spezzarsi il braccio e non provare dolore.”

“Questo lo dici tu.”

“Sono così depresso” sospira.

“Esatto! Sposta il dolore fisico a quello mentale. Vedi, questi grandi luminari che camminano per strada pensano che la mente non si ammali, che loro sono sani.”

“Non capisco.”

“Hai ragione, sono stato poco chiaro. Hai presente il fatto del braccio spezzato?”

“Sì.”

“Ecco, pensa che il braccio sia la tua mente e che la mente si spezzi, non fisicamente ovviamente. Ragioniamo per assurdo.”

“Un male che non voglio accettare, insomma.”

“Esatto! Esatto! Proprio questo voglio dire. Loro credono che sono il fisico va curato. La mente è lì per fare i calcoli, ignorano i mille disturbi di cui soffrono. Lo vedi quel tizio lì giù?” gli indico un tale che sta sbraitando contro una donna. Si sta avvicinando anche un altro tizio.

“Una scenetta patetica” mi dice.

“Quante ne hai viste?”

“Lo vuoi proprio sapere? Ti dico solo che la tua mente non è in grado di concepire quel numero”

“Hai ragione” rido. “Ecco, dicevo del tizio. Sta urlando, molti lo temono. Dicono che è un tipo forte, che sa quel che fa. Ogni tanto va giù anche di botte. Si è fatto strada, è uno importante. Forse spaccia droga. Sinceramente mi sta sulle palle.”

“Che cosa centra?”

“Il fatto che mi sta sulle palle?”

“No, che centra lui con il tuo ragionamento.”

“Ah, right. Ti pare ‘normale’ quel tizio? Dai, facciamo i seri per una volta. Uno che urla di continuo, che tira schiaffi e fa tutte quelle stronzate che fa, non è mica normale eh. È un povero disturbato che non vuole ammettere i propri mali.”

“Senti, non capisco. Perché non accettano quello che hanno? Mi pare ridicolo. Comprendo la storia del braccio rotto ed è proprio per quello che non capisco. Soffrono, perché non si fanno curare?”

“Paura, inferiorità, boh credo cose del genere. Voglio dire, il loro disturbo dipende da un disturbo. Sembra come se tutto fosse un circolo. Un disturbo che deriva da un disturbo.”

“Radici.”

“Sì, proprio radici.”

“Si dovrebbe intervenire alla base di tutto.”

“Corretto. Sono un disturbato, non lo ammetto perché se lo facessi apparirei agli altri come debole. Quindi, se io sono un disturbato che accetto il mio problema e appaio agli altri come un debole, di chi è il disturbo?”

“Tuo e loro.”

“Giustissimo! È un circolo vizioso. Un disturbato ha paura di accettare se stesso perché non verrebbe ‘accettato’ da un altro disturbato. Ridicolo! Tutto ciò è assolutamente ridicolo.”

“Concordo.”

“Non potresti fare altrimenti.”

“Come si potrebbe risolvere il problema?”

“Risolvere? La vedo difficile. Credo che sia più facile che domani il mondo scomparisse piuttosto che l’uomo comprendesse se stesso. Bisognerebbe essere istruiti da piccoli.”

“Credi che basta un libro?”

“È quello il problema. Io posso anche dirti che determinati comportamenti dipendo da un determinato fattore, tu lo imparti e siamo tutti felici e contenti. Intanto, tu disturbato, continui ad essere malato.”

“Cogito ergo sum.”

“Allora ci guardi!” sorrido.

“Ogni tanto” ridacchia.

“Devo essere libero da me stesso. Penso dunque sono, vuol dire che io sono CONSAPEVOLE di me stesso. Se mi guardo allo specchio, so che quello riflesso sono io. Un gatto non lo sa.”

“Assurda come cosa. Lui non è consapevole di se stesso ma è felice. Privo di alcun disturbo.”

“Divertente vero?” sbadiglio.

“Stanco?”

“No, solo annoiato da questo branco. Consapevolezza è la parola che va insegnata. Ora io non so dirti di preciso come si potrebbe fare, ma se io divento SUL SERIO consapevole di me stesso, riesco a capire di cosa soffro, capisco che sono un disturbato, che probabilmente lo sarò sempre, ma al contempo accetto i miei problemi. Se io accetto i miei problemi posso anche limitare la mia malattia. Se io so che sono fondamentale un represso perché questo o quello non va, perché a casa da piccolo venivo sempre zittito o cose del genere, posso porre un pesante barriera in modo da non far allargare, come una macchia d’olio, la malattia che ho. Se io accetto me stesso, se accetto quello che sono, se accetto i miei disturbi e tutti i miei limiti, io distruggo in parte la mia malattia. La debello in parte. Ed è un punto fondamentale per il procedere sereno.”

“Perché sai questo?” mi domanda incuriosito.

“Perché ho pensato” gli sorrido.

“Non hai la pancia” ride.

“Hai proprio ragione, vecchio mio. Beh, forse il mio metabolismo funziona bene.”

“O non ti frega dei cellulari e della macchina.”

“Bingo. Dubito però che sia così. Certo a me piace stare qui, da solo, a prendere il primo sole di questo bellissimo mese e stagione, mentre ad altri piace farsi spappolare il fegato per farsi i soldi, per comprarsi una casa e stronzate del genere.”

“Perché non la pensano come te?”

“Perché io non sono la massa ovviamente. Comunque, la questione principale è educare alla consapevolezza di se stessi, quel poco che basta ad accettare la propria malattia e non la sua causa.”

“Perdonami, amico, ma sono così stufo e depresso di questo vostro mondo” si alza e si pulisce l’abito.

“Vostro? Non è opera tua?”

“E chi può dirlo? In fondo io chi sono?”

Rido. “Già, ‘io chi sono?’ Bella questa.” Ride anche lui. Mi dice che va a prendersi un caffè. Lo vedo allontanarsi, diventare sempre più piccolo. È lì giù che attraversa la strada e sparisce dal mio raggio visivo. Alzo in aria lo sguardo. Il sole è così forte, sono costretto a chiudere gli occhi. Torno a distendermi sulla panchina. Mi giro su un lato e, sempre con gli occhi chiusi, torno a dormire, torno nel mondo onirico, dove tutto pare assurdo ma ha una sua logica.

Fu così che conobbi Dio.

   

 

 

 

Scritto da Sergei
14:35 / p-link / pensieri, riflessioni, racconti, vita / commenti (1)

martedì, 08 luglio 2008

 

Esperimento 06 - Un abbraccio 

G. H. uscì dal bagno. Aveva indosso una accappatoio blu e si stava passando un asciugamano sulla testa. Era una tranquilla giornata estiva, né umida né troppo calda, insomma una giornata tristemente perfetta, perfettamente schifosa. Poggiò le chiappe sul letto e posò l’asciugamano sul collo. Fissò a lungo il vetro che gli proiettava un mondo carico di colori, un mondo perfetto proprio come quella giornata; una perfezione colorata dal letame. Deluso e un po’ sconfortato si lasciò cadere completamente sul letto. Prese una rivista dal comodino. Sfogliò qualche pagine, solite tette e culi, e poi la riposò lì dove l’aveva presa. G. H. era un uomo molto impegnato, ma a lui non dispiaceva. I soldi non gli mancavano di certo. Aveva sollevato dal baratro della disperazione tre o quattro aziende e ne aveva fatte decollare almeno una cinquantina. Sbruffò ed iniziò a fissare il soffitto. La mano destra accarezzava i capelli umidi. Si sentiva solo e un po’ sfiduciato. “Chissà come mai?” pronuncio nella sua testa. Lasciò perdere i capelli e scese con le mani lungo il corpo accarezzandolo. Quando trovò il suo arnese comincio a toccarlo. Il fatto di essere così al naturale lo eccitava non poco. Pensò a sua moglie che era andata qualche giorno dalla madre. Stava per avere un’erezione e così tolse la mano dal suo uccello e lo coprì con l’accappatoio. Si girò su un fianco e guardò il paesaggio. “Niente male, proprio una bella giornata.” Iniziò a sbadigliare, vuoi per noia, vuoi per qualche cazzo, ma sembrava non smetterla più. Bussarono alla porta della camera da letto. “Sì?” disse con eccessiva noia. La porta si aprì ed entrò la domestica. “Dovrei posare queste” disse. Aveva in mano alcuni vestiti ed asciugamani. “Certo, fa’ pure M.” La domestica, una donna di ventisette anni, che ormai vivevano con loro da tre, indossava la classica tenuta da domestica, una specie di camicia nera con orli bianchi e gonna, ai piedi scarpe dal tacco basso. M. aprì un cassetto di un mobile alla destra del letto, proprio vicino alla porta, e sistemò alcune cose dentro. G. H. era di spalle che sbadigliava, poi con estrema lentezza si girò. L’accappatoio lasciava intravvedere parte del suo pene, ma a lui non importava affatto. La domestica chiuse il cassetto e si avvicinò al comodino. “Senti” disse G. H mentre si passava una mano sul suo uccello, “a che ora torna mia moglie?” M. chiuse l’anta del comodino. “Dottore, ma cosa dice? Sua moglie è dalla madre, torna fra tre giorni” disse con aria seria che non lasciava traspirare alcuna emozione. Insomma, totale indifferenza. G. H. tirò dentro le labbra e annuì con la testa. “Perdonami, mi sento un po’ confuso. È che proprio non capisco.”
“Lo so, dottore, lo so. Non si deve preoccupare.” La domestica andò nel bagno a sistemare qualcosa. Dopo un minuto ne uscì e trovò G. H con il cazzo ritto in mano nell’intento di spararsi una sega. Lei lo guardò con estrema indifferenza e tornò nel bagno. Ne uscì poco dopo con un cesto di panni sporchi. G. H. era ancora lì che si trastullava. I suoi pensieri erano completamente persi in un mondo fatto di ippocampi. Non stava pensando a un cazzo, in compenso si masturbava.
“Senti M.” disse mentre fissava come un ossesso il soffitto, “ti andrebbe di farmi un pompino?”
La domestica posò a terra il cesto dei panni sporchi. “Come vuole, dottore.” Si tolse le scarpe e salì sul letto. A carponi si avvicinò al pene di G. H. Cominciò a masturbarlo mentre lui fissava sempre il soffitto. Poi con la lingua partì dalle palle e risalì lungo l’asta, per poi divorarlo tutto. Andava su e giù con la bocca mentre la lingua lavorava dall’interno. Si spostò i neri capelli che le erano caduti in avanti. Indossava grandi orecchini d’oro. Nessun verso, nessun lamento né godimento. G. H. sembrava essere tornato tra i presenti. Guardò la donna mentre glielo succhiava; vide la lingua con il piercing che lavorava sulla cappella. Ogni volta che quel pezzo di metallo toccava il glande avvertiva un fremito, quasi credeva di venire. M. alzò gli occhi per vederlo godere. Lui la osservò per qualche secondo. Provò ad allungare la mano per accarezzarla, ma non ci riuscì, era troppo lontana. Sospirò e tornò a guardare la donna. Un bottone del camice era saltato, lasciando trapelare il seno protetto dal pizzo nero. Si eccitò parecchio vedendolo. Aveva una terza abbondante e un corpo magro. Le ricordava sotto certi aspetti sua moglie. “Sei proprio una brava ragazza, mi dispiace molto.”
“Lo so, dottore, lo so. Non si deve preoccupare” e ingoiò il suo uccello fin giù le tonsille.
G. H. ebbe un fremito. Le gambe iniziarono a vibrare e poi a tremare. Fiotti di sperma finirono nella bocca di M., ma era talmente tanto che iniziò a colarle lungo i bordi della bocca. La ragazza ingoiò il dovuto, mentre una barba bianca andava formandosi sul volto. Scese dal letto e si infilò le scarpe. G.H. smise di fissare il soffitto e portò lo sguardo sul suo pene. Gli occhi si inumidirono. La domestica andò nel bagno, seguita poco dopo da G. H.
Si pulirono e si sistemarono entrambi. Fu ancora una volta la domestica ad uscire per prima.
“A che ora torna la signora M.?” le chiese ancora una volta. “Dottore, sua moglie è dalla madre, torna fra tre giorni.”
“È vero, è vero. Mi dispiace.”
“Lo so, lo so, non si deve preoccupare.”
Una lacrima scese lungo il volto di G. H.
La domestica prese il cesto dei panni sporchi ed uscì dalla stanza. Dopo qualche minuto ritornò per posarlo, vuoto, nel bagno.”
“M., ascolta” disse G. H. avvicinandosi a lei. “Hai un po’ di tempo?” le sbottonò il camice e lo gettò a terra. Lei si tolse il reggiseno e tirò giù la zip della gonna. Guardò l’orologio su un mobile e disse: “Ho un quarto d’ora, più o meno.”
“Bene” rispose G. H. e l’aiutò a togliersi la gonna e gli slip. Non c’era alcuna eccitazione nel suo corpo e la domestica lo sapeva.
“Che ne diresti” apparve un po’ imbarazzato, “se noi…” M. lo interruppe. “Non deve dottore, non deve esserlo. Ci sono tante altre persone come lei, non deve sentirsi imbarazzato. Sono sicuro che saprà cosa fare.”
G. H. lasciò che l’accappatoio gli scivolasse dal corpo.
“Possiamo, quindi?” pronunciò con un’aria un po’ eccitata, come un bambino che chiede e sa che otterrà dal genitore quel sta per chiedere.
“Certo” disse lei. Gli prese la mano. Si tolse le scarpe e si recarono sul letto. Salì prima lui, questa volta, e poi lei.
“Mi dispiace” disse ancora una volta lui e accompagnò queste parole con delle lacrime.
“Non deve, dottore, non deve farlo. Non si vergogni.”
Le braccia di lei si strinsero al suo corpo. Lui la guardò giusto un secondo e si strinse a lei. I due corpi nudi si strinsero finalmente l’un l’altro, in un caldo abbraccio privo di alcuna erezione.

Scritto da Sergei
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sabato, 21 giugno 2008

 

Dolore 

Ascolti le parole della tua mente. Sei solo, unico al mondo in un preciso istante. Poco importa se dopo qualche ora riesci a rientrare nel loro o nel suo mondo, non importa. Sei tu, solo tu in questo preciso istante. Avverti il corpo vibrare, tremare. Ti chiudi solo in una stanza. Non c’è mondo lì fuori che ti possa capire. Forse qualcuno c’è già passato, ma di certo non può esserti d’aiuto. È un male che va affrontato da soli. Puoi gridare, bestemmiare, arrabbiarti, poco importa. Il volto nascosto tra le mani, il sudore che cola lungo le tempie, un sudore freddo, il sudore della paura. Ti guardi intorno e non vedi niente, solo una porta chiusa al di là della quale non c’è nulla, proprio come intorno a te. Sì, perché quel dolore che provi è dentro di te, è un tuo male, un male che non può essere condiviso. La porta chiusa, proprio come il tuo male. Continui a sudare freddo, ti passi la mano sulla fronte, la vedi tremare. Non capisci come possa essere accaduto. Sembrava andare tutto bene fino a qualche minuto prima, e poi… e poi il nulla. Un nulla in cui tu ora stai vivendo il tuo dramma. Il dolore che si espande a tutto il corpo. Le lacrime, come piccole gocce di rugiada, cadono lungo il tuo volto. Senti la disperazione salire. Ansimi, piangi. Singhiozzo dopo singhiozzo cerchi di dare un motivo a quel che sta succedendo. Batti un pugno sulla tua coscia. Perché? Perché? ripeti in continuazione. Lacrime, dolore, disperazione, spasmi di un dolore lontano e chissà dove localizzato. È tutto un susseguirsi di eventi che ti portano lì dove sei, chiuso a chiave in una stanza, seduto ma abbracciato con il tuo dolore. La maglia bagnata dal sudore, umidiccia al contatto con la tua sporca pelle. Chiazze, aloni di sudore, macchie di vita lungo un corpo morente. Il sudore che cola lunga la schiena. Un’onda, un tremolio, la classica e maledetta vibrazione che fa tremare la tua vita. L’odore aspro del tuo corpo che sale fin dentro le narici. Una siringa di nulla iniettata direttamente nel cervello. Una droga che non è droga ma che ti droga. Tutto gira, forse provi anche della nausea, ma non lo sai. Non lo sai perché non capisci. Ti ritrovi rinchiuso a fissare il vuoto e a tremare, sudare, morire. Stai morendo, dovresti accettarlo. E pensare che quattro minuti fa tutto andava bene. Poi il male, l’eterno dolore, la sconfitta del vivere che si abbandona nelle braccia della sofferenza. Un soffio di vento ti risveglia, un soffio di vento che si scontra con le gocce del tuo freddo sudore. Sei vivo, ti rendi conto che il dolore esiste ma non ti ha ancora ucciso. Piangi in un lamento di saliva. Lì, fuori dalla finestra, c’è un mondo che ti aspetta. Tu vuoi solo piangere, speri che quel lamento continuo cessi con la dedizione al dolore, invece ti sbagli. E lo abbracci, ti abbracci. Vedi la chiave girare e la serratura scattare. Fissi la porta, il vento ti soffia sul volto, il sudore cola lungo tutto il tuo corpo. Le gambe tremano, lo stomaco tuona. Perché? ripeti ancora una volta e giù un pugno sulla coscia. Cerchi di capire, ti passi una mano tra i capelli, un’altra sul volto. Barba incolta, occhi che escono dalle orbite. Bestemmi, tiri una bestemmia una dopo l’altra, cerchi soltanto qualcuno da incolpare, eppure l’unico omicida sei tu. Maledetti tutti! Non puoi farci nulla, è colpa tua. Accetta la realtà, accetta quel dolore che ti prende da dentro e sembra volere uscire da te. Accettalo perché è l’unica medicina che puoi prendere in questo momento. Già, un momento come un altro ma diverso da tutti gli altri, semplicemente perché ora sei chiuso a chiave in una stanza a fissare un muro bianco, un muro gelido che non traspira alcuna emozione. Lo fissi, vorresti potergli dire qualcosa, ma le tue parole sono tutte rivolte a chi di dovere: parli da solo. Solo nel vuoto di una stanza, l’unica decorazione dello spettro della paura sei tu. Pensi, ripensi a tutto quello che hai fatto. Ti rendi conto che le cose procedevano come stabilito perché tu sei un amante dei piani, devi sempre pianificare tutto. Ansia. Tiri un sospiro. Soffro d’ansia. E anche se fosse? Cosa c’è di male? Niente, assolutamente niente, perché il male è dentro di te. Cerca di parlarti, ma tu, rifiuto dopo rifiuto, lo scacci via lontano da te. Storci il naso, chiudi gli occhi, ma a nulla serve. Il muro ti fissa e tu fissi il muro. Non c’è sfida, solo una labile distanza. La finestra lascia entrare della buon’aria che tu non sai come raccogliere. Sudi, continui a sudare, uno spasmo dopo l’altro. Dolore, paura, sentimenti contrastanti si scatenano dentro di te, e non solo. Doveva andare in tutt’altro modo, urli al muro. Parola dopo parola cerchi di ricostruire l’accaduto, cerchi di capire quale sia il punto di partenza. Vuoi una causa al tuo malessere, c’è bisogno di incolpare qualcuno. Urli al vento, accarezzi il muro. Piccole gocce di sudore continuano a bagnarti  la fronte, il volto. Sei un animale pazzo rinchiuso in gabbia, un folle animale affamato. Un’altra vibrazione risveglia il tuo corpo morto. Sei morto, ti lasci andare. Un ultimo lamento, la saliva che pende da un lato all’altro delle labbra, una scena disgustosa proprio come la puzza che viene da te. Puzzi, sei marcio, stai morendo dentro. Ti senti morto, sei morto, sei libero. La morte ti ha liberato. Senti il sudore raffreddarsi sul tuo corpo puzzolente, il vento che ancora una volta ti accarezza e vuol darti conforto, ma è un conforto freddo, distaccato. Smetti di abbracciarti perché sei morto. Un ultimo fremito prima del lungo addio. Una sola parola come un loop mentale echeggia tra le pareti della stanza: dissenteria.

Scritto da Sergei
09:16 / p-link / pensieri, racconti, vita, sfoghi / commenti

lunedì, 12 maggio 2008

 

Esperimento 04 - Un romanzo primitivo 

Il rumore delle lancette scandisce il passare del tempo. Ho ancora il coraggio di guardarmi intorno per vedere ciò che resta. Sono disteso sulla poltrona del mio studio. Qui ho trascorso gran parte dei miei ultimi cinque anni, tra scartoffie e roba varia. Aspetto ancora che quella porta si apri per vederla entrare almeno per un’ultima volta. Sto bevendo e credo di non esserne capace. Butto giù un primo sorso e quasi soffoco. Stomaco e gola sono in fiamme. Tossisco. Vorrei tanto vedere la mia immagine riflessa in uno specchio, vedere come mi sono ridotto. Tac, un minuto è passato.
Verso due dita di… non so cosa sia, forse scotch. Lascio che il liquido tocchi il fondo del bicchiere come se fosse un’onda, risalendo per raggiungere il limite. Già, il limite. Una parola che forse non centra nulla con un bicchiere, né tantomeno con il versare. Le parole sono solo un’illusione per rendere la vita semplice o per creare difficoltà in chi non dispone di capacità intellettuali che soddisfino la massa. In poche parole tutti quei termini non servono a nulla, il loro unico scopo è quello di creare una falsa difficoltà in cui incapperà qualche piccolo stolto, cosicché il principe delle pecore possa gioire dalla sua posizione.
Il bicchiere mi scivola di mano e si frantuma sul tappeto. Non pensavo fosse così delicato il vetro. Forse dovrei essere abituato o, per lo meno, dovrei sapere che tutto tende a rompersi, del resto è già accaduto più di una volta. Guardo fisso i pezzi di vetro sparsi ovunque. Alcuni sono arrivati vicino alla porta. Dovrei ripulire. Mi alzo e apro l’armadietto basso che è di fronte a me. Sopra un mucchio di libri che non dovrebbero esserci. Prendo un altro bicchiere. È buona norma per un nuovo alcolizzato – che non vuole servirsi direttamente dalla bottiglia – di avere almeno un secondo bicchiere di riserva. Passo su un pezzo di vetro frantumandolo del tutto. La mia vecchia poltrona in pelle. Ci sprofondo dentro. Appoggio il bicchiere su un bracciolo e chiudo gli occhi. Sbadiglio per l’ennesima volta. Ho voglia di dormire, di riposare, ma lei me lo impedisce. Avrò dormito sì e no un paio di ore in questi giorni che mi separano da loro. Tac, un altro minuto è trascorso.
Guardo fisso il soffitto come se cercassi in esso una risposta alle mie disgrazie. Perché è accaduto? Avrei potuto evitarlo? Certo che avrei potuto! Sono un povero uomo e questo mi ha impedito di guardare al di là della barricata. Quando tutto è finito ho guardato lontano, ma mi sono accorto che il nemico è sempre al tuo fianco o dietro di te. Davanti non c’è nulla se non un orizzonte incolore.

Dovrei mangiare qualcosa. C’è troppo silenzio in questa cucina. È tutto così opaco, sbiadito. Il sole che penetra dalla finestra sembra non riuscire ad illuminare questa stanza. Esco fuori al terrazzo e mi siedo. I miei occhi sono gonfi di disperazione. Porto le mani al volto e poi piango. Maledico il mondo, maledico tutti loro. Non faccio altro però, che nascondere la verità. So che dovrei maledire solo me stesso. Lui l’ha portata via. Un pianto lagnoso, quasi mi do fastidio da solo. Lacrime e saliva si mischiano sul mio volto. Nascondo la testa nella braccia. Non ho più voglia di vedere nulla. Tac, un altro minuto è passato.

Sono stanco, ho sonno. Ho anche paura. Mi verso un bicchiere di acqua mentre guardo disinteressato la televisione. Acqua, principio di vita. Svuoto il bicchiere a terra e calpesto quella chiazza di vomito acquoso con il piede sinistro. Spengo il televisore e torno nel mio studio. Osservo i libri, gli amici libri, compagni di avventure e di passioni. Sono immobili, fermi, freddi. A loro non importa di me, non hanno voglia di abbracciarmi, né tanto meno di compatirmi.
La moquette, di un morbido verde XXX, sembra volermi assicurare la sua presenza. Lo so che ci sei, le dico e poi la calpesto con i miei sudici piedi. Sono circondato da presenze inanimate. Fenomeni che non si manifestano. Rido di un riso amaro. Il bicchiere ha ancora un po’ di scotch. Tiro giù l’ultimo collo e gemo dalla soddisfazione. Tossisco. Ho paura che possa cadere malato. Ho paura di questo? Io già sono malato! E non voglio essere curato, sia ben chiaro. Mi siedo a terra, vicino a una libreria. Mi siedo vicino ai miei unici amici che non mi pensano. Freddi, siete freddi maledetti! Rido. Che stupido che sono. Pensare che un libro possa amarti, sto sul serio impazzendo. Mi alzo per prendere la bottiglia e il bicchiere dalla scrivania dove un tempo lavoravo, poi torno a sedermi dov’ero. Un piccolo studio, nulla di più. Ha una forma ad L ed è circondato da librerie cariche di libri. Pile e pile di libri. Una scrivania alle spalle della finestra – che è di fronte all’entrata – ed una poltrona nell’angolo perpendicolare alla scrivania. Quattro lampade, di quelle alte che ricordano un po’ la forma di un ombrellone chiuso, sono l’unica illuminazione. Era la mia tana. A volte capitava che avessi del lavoro da sbrigare con una certa urgenza e mi chiudevo proprio qui dentro. Chiudevo la porta e da buon ossesso, quale sono sempre stato, svolgevo i compiti per casa. Ogni tanto speravo che quella porta venisse aperta da lei, da loro. Un solo semplice sorriso, un abbraccio, un bacio e poi pronti a ritornare agli esercizi. Una vita semplice, modesta. È stato quello lo sbaglio. Il semplice e lineare distrugge l’osservatore. Quando chi osserva diviene cieco il rischio di cadere o di essere investito è alto. Io, invece, sono cieco. Cristo se lo sono! Ciò però non mi ha impedito di vedere la loro fine, la mia fine. Così, questi miei occhi stupidi, non possono far altro che rimpiangere quei giorni. Mi verso da bere. Tac, un altro minuto è passato, forse anche più di uno. Tac, tac, tac.

Provo a distendermi qualche minuto sul letto. Chiudo gli occhi. Il mondo sembra essere così lontano.
“Che cosa hai fatto? Perché sei tutto sporco di fango?” mi chiede una voce.
“Io… io” mi guardo le mani, “non lo so.”
“Che le hai fatto?” urla una voce di donna e vengo strattonato.
“Non so di che stai parlando” mi guardo le mani.
“Assassino” mi dice, “Assassino” ripete la folla.
Apro gli occhi di scatto. Il soffitto è bianco. Tac. Guardo la sveglia ma i numeri sono tutti sciolti, così come anche le lancette. Da dove proviene allora questo rumore? Il tempo scorre ancora?
Mi porto le mani al volto. Una melma scura, puzzolente e ruvida mi sporca il volto. Mi alzo impaurito dal letto. Le mani sono sporche, sembra fango. Non capisco. Corro al bagno. Mi guardo allo specchio. Sono tutto sporco di fango. Apro il rubinetto e faccio scorrere l’acqua. Il fango non viene via dalle mani. Passo più volte l’acqua sul mio volto. Non va via, non va via!
“Amore” sento una voce alle mie spalle. Mi giro, ma non vedo nulla. I miei occhi, i mie occhi sono coperti dal fango. Mi giro e inciampo, cado a terra. Urlo per il dolore, ho sbattuto contro qualcosa. Chi è che mi sta parlando? Chi è?
“Chi sei? Chi sei?” urlo. Allungo le mani per cercare di capire dove sono caduto. È tutto così freddo, forse è la vasca da bagno. Muovo le braccia per vedere se c’è qualcuno o qualcosa davanti a me, ma sto solo spazzando via l’aria. Non c’è nessuno. Finalmente apro gli occhi. Qualcosa di umido e di caldo scorre sulla mia fronte, è sangue. Mi sono tagliato sbattendo… sbattendo contro cosa? Sono disteso sul letto. Non capisco. Sono confuso. Sono le X. Tac, e un altro minuto è trascorso.

Apro il cassetto della scrivania, prendo carta e penna. È ora che scriva le mie ultime parole. Questo è tutto. Metto il punto finale e lo poso nel cassetto di destra. Mi verso da bere. Tracanno tutto lo scotch che c’è nel bicchiere in un sorso, il polso sulla bocca accompagna questa lontana bevuto. Vado in camera da letto, apro il suo cassetto. Smuovo un paio di mutande e prendo il pacchetto di sigarette. Sapevo che non aveva smesso. Credo che anche lei lo sapesse che io lo sapevo. Bah, che schifo il fumo. Non l’ho mai sopportato. Gliel’ho detto che un giorno un tumore l’avrebbe portata via, non mi ha voluto dar retta. Dentro il pacchetto – che è quasi pieno – c’è anche un accendino. Prendo una sigaretta e l’accendo. Non fumare, le ripetevo in continuazione, così lei aveva smesso – poi ha ripreso a farlo di nascosto –. Ma io lo sapevo. Rido di questo, rido perché mi sono sbagliato, perché non è stato un tumore a portarla via. Tossisco, mi sto strozzando con il fumo. Un altro colpo di tosse, un altro ancora, un altro ancora.
Torno nella mia tana. Fumo e bevo. Corro al bagno e vomito. La mia faccia dritta nel cesso. Tiro lo sciacquone. Vorrei sciacquarmi il volto ma ho paura di non riuscirci.
Seduto sulla poltrona del mio studio guardo il soffitto. Una flebile luce, proveniente dalla lampada vicino alla poltrona, illumina la stanza. Fisso la lampadina, sta facendo la capricciosa. Capricciosa? Non so più parlare. Rido, rido, rido, rido, rido. Sto delirando. Inizio a piangere di nuovo, le mani che mi coprono il volto, che coprono la mia vergogna. Inizio a bere di nuovo. Mi sento così confuso. La stanza trema, gira. Bevo di nuovo, bevo ancora e ancora e ancora. Fino a vomitare.

Sono confuso. Da quanti giorni va avanti questa storia? Questo ripetersi continuo di lacrime e di alcol? Ogni giorno piango, ogni giorno mi butto sul letto e mi sveglio con una ferita sulla fronte. Non capisco. Quanto tempo è trascorso? Che giorno è oggi? Bevo ancora una volta. Non capisco. Non capisco. Non capisco. Perché lo ripeto in continuazione? Apro l’armadietto e prendo un’altra bottiglia. Guardo il bicchiere vuoto che è sulla scrivania. Vuoto come me. Con una mano gli tiro uno schiaffo, lo faccio volare via fino a frantumarsi sul muro. Mille scintille cadono a terra. I fuochi sono finiti, lo spettacolo è finito, è ora di tornare a casa.
Prendo un altro bicchiere. Cos’è il terzo o il quarto che rompo? Mi verso un altro bicchiere e poi vomito. Tac, e forse un altro giorno è andato.

Scritto da Sergei
20:39 / p-link / pensieri, racconti / commenti

 

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