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martedì, 08 luglio 2008

 

Esperimento 06 - Un abbraccio 

G. H. uscì dal bagno. Aveva indosso una accappatoio blu e si stava passando un asciugamano sulla testa. Era una tranquilla giornata estiva, né umida né troppo calda, insomma una giornata tristemente perfetta, perfettamente schifosa. Poggiò le chiappe sul letto e posò l’asciugamano sul collo. Fissò a lungo il vetro che gli proiettava un mondo carico di colori, un mondo perfetto proprio come quella giornata; una perfezione colorata dal letame. Deluso e un po’ sconfortato si lasciò cadere completamente sul letto. Prese una rivista dal comodino. Sfogliò qualche pagine, solite tette e culi, e poi la riposò lì dove l’aveva presa. G. H. era un uomo molto impegnato, ma a lui non dispiaceva. I soldi non gli mancavano di certo. Aveva sollevato dal baratro della disperazione tre o quattro aziende e ne aveva fatte decollare almeno una cinquantina. Sbruffò ed iniziò a fissare il soffitto. La mano destra accarezzava i capelli umidi. Si sentiva solo e un po’ sfiduciato. “Chissà come mai?” pronuncio nella sua testa. Lasciò perdere i capelli e scese con le mani lungo il corpo accarezzandolo. Quando trovò il suo arnese comincio a toccarlo. Il fatto di essere così al naturale lo eccitava non poco. Pensò a sua moglie che era andata qualche giorno dalla madre. Stava per avere un’erezione e così tolse la mano dal suo uccello e lo coprì con l’accappatoio. Si girò su un fianco e guardò il paesaggio. “Niente male, proprio una bella giornata.” Iniziò a sbadigliare, vuoi per noia, vuoi per qualche cazzo, ma sembrava non smetterla più. Bussarono alla porta della camera da letto. “Sì?” disse con eccessiva noia. La porta si aprì ed entrò la domestica. “Dovrei posare queste” disse. Aveva in mano alcuni vestiti ed asciugamani. “Certo, fa’ pure M.” La domestica, una donna di ventisette anni, che ormai vivevano con loro da tre, indossava la classica tenuta da domestica, una specie di camicia nera con orli bianchi e gonna, ai piedi scarpe dal tacco basso. M. aprì un cassetto di un mobile alla destra del letto, proprio vicino alla porta, e sistemò alcune cose dentro. G. H. era di spalle che sbadigliava, poi con estrema lentezza si girò. L’accappatoio lasciava intravvedere parte del suo pene, ma a lui non importava affatto. La domestica chiuse il cassetto e si avvicinò al comodino. “Senti” disse G. H mentre si passava una mano sul suo uccello, “a che ora torna mia moglie?” M. chiuse l’anta del comodino. “Dottore, ma cosa dice? Sua moglie è dalla madre, torna fra tre giorni” disse con aria seria che non lasciava traspirare alcuna emozione. Insomma, totale indifferenza. G. H. tirò dentro le labbra e annuì con la testa. “Perdonami, mi sento un po’ confuso. È che proprio non capisco.”
“Lo so, dottore, lo so. Non si deve preoccupare.” La domestica andò nel bagno a sistemare qualcosa. Dopo un minuto ne uscì e trovò G. H con il cazzo ritto in mano nell’intento di spararsi una sega. Lei lo guardò con estrema indifferenza e tornò nel bagno. Ne uscì poco dopo con un cesto di panni sporchi. G. H. era ancora lì che si trastullava. I suoi pensieri erano completamente persi in un mondo fatto di ippocampi. Non stava pensando a un cazzo, in compenso si masturbava.
“Senti M.” disse mentre fissava come un ossesso il soffitto, “ti andrebbe di farmi un pompino?”
La domestica posò a terra il cesto dei panni sporchi. “Come vuole, dottore.” Si tolse le scarpe e salì sul letto. A carponi si avvicinò al pene di G. H. Cominciò a masturbarlo mentre lui fissava sempre il soffitto. Poi con la lingua partì dalle palle e risalì lungo l’asta, per poi divorarlo tutto. Andava su e giù con la bocca mentre la lingua lavorava dall’interno. Si spostò i neri capelli che le erano caduti in avanti. Indossava grandi orecchini d’oro. Nessun verso, nessun lamento né godimento. G. H. sembrava essere tornato tra i presenti. Guardò la donna mentre glielo succhiava; vide la lingua con il piercing che lavorava sulla cappella. Ogni volta che quel pezzo di metallo toccava il glande avvertiva un fremito, quasi credeva di venire. M. alzò gli occhi per vederlo godere. Lui la osservò per qualche secondo. Provò ad allungare la mano per accarezzarla, ma non ci riuscì, era troppo lontana. Sospirò e tornò a guardare la donna. Un bottone del camice era saltato, lasciando trapelare il seno protetto dal pizzo nero. Si eccitò parecchio vedendolo. Aveva una terza abbondante e un corpo magro. Le ricordava sotto certi aspetti sua moglie. “Sei proprio una brava ragazza, mi dispiace molto.”
“Lo so, dottore, lo so. Non si deve preoccupare” e ingoiò il suo uccello fin giù le tonsille.
G. H. ebbe un fremito. Le gambe iniziarono a vibrare e poi a tremare. Fiotti di sperma finirono nella bocca di M., ma era talmente tanto che iniziò a colarle lungo i bordi della bocca. La ragazza ingoiò il dovuto, mentre una barba bianca andava formandosi sul volto. Scese dal letto e si infilò le scarpe. G.H. smise di fissare il soffitto e portò lo sguardo sul suo pene. Gli occhi si inumidirono. La domestica andò nel bagno, seguita poco dopo da G. H.
Si pulirono e si sistemarono entrambi. Fu ancora una volta la domestica ad uscire per prima.
“A che ora torna la signora M.?” le chiese ancora una volta. “Dottore, sua moglie è dalla madre, torna fra tre giorni.”
“È vero, è vero. Mi dispiace.”
“Lo so, lo so, non si deve preoccupare.”
Una lacrima scese lungo il volto di G. H.
La domestica prese il cesto dei panni sporchi ed uscì dalla stanza. Dopo qualche minuto ritornò per posarlo, vuoto, nel bagno.”
“M., ascolta” disse G. H. avvicinandosi a lei. “Hai un po’ di tempo?” le sbottonò il camice e lo gettò a terra. Lei si tolse il reggiseno e tirò giù la zip della gonna. Guardò l’orologio su un mobile e disse: “Ho un quarto d’ora, più o meno.”
“Bene” rispose G. H. e l’aiutò a togliersi la gonna e gli slip. Non c’era alcuna eccitazione nel suo corpo e la domestica lo sapeva.
“Che ne diresti” apparve un po’ imbarazzato, “se noi…” M. lo interruppe. “Non deve dottore, non deve esserlo. Ci sono tante altre persone come lei, non deve sentirsi imbarazzato. Sono sicuro che saprà cosa fare.”
G. H. lasciò che l’accappatoio gli scivolasse dal corpo.
“Possiamo, quindi?” pronunciò con un’aria un po’ eccitata, come un bambino che chiede e sa che otterrà dal genitore quel sta per chiedere.
“Certo” disse lei. Gli prese la mano. Si tolse le scarpe e si recarono sul letto. Salì prima lui, questa volta, e poi lei.
“Mi dispiace” disse ancora una volta lui e accompagnò queste parole con delle lacrime.
“Non deve, dottore, non deve farlo. Non si vergogni.”
Le braccia di lei si strinsero al suo corpo. Lui la guardò giusto un secondo e si strinse a lei. I due corpi nudi si strinsero finalmente l’un l’altro, in un caldo abbraccio privo di alcuna erezione.

Scritto da Sergei
16:26 / p-link / riflessioni, racconti, vita / commenti

sabato, 21 giugno 2008

 

Dolore 

Ascolti le parole della tua mente. Sei solo, unico al mondo in un preciso istante. Poco importa se dopo qualche ora riesci a rientrare nel loro o nel suo mondo, non importa. Sei tu, solo tu in questo preciso istante. Avverti il corpo vibrare, tremare. Ti chiudi solo in una stanza. Non c’è mondo lì fuori che ti possa capire. Forse qualcuno c’è già passato, ma di certo non può esserti d’aiuto. È un male che va affrontato da soli. Puoi gridare, bestemmiare, arrabbiarti, poco importa. Il volto nascosto tra le mani, il sudore che cola lungo le tempie, un sudore freddo, il sudore della paura. Ti guardi intorno e non vedi niente, solo una porta chiusa al di là della quale non c’è nulla, proprio come intorno a te. Sì, perché quel dolore che provi è dentro di te, è un tuo male, un male che non può essere condiviso. La porta chiusa, proprio come il tuo male. Continui a sudare freddo, ti passi la mano sulla fronte, la vedi tremare. Non capisci come possa essere accaduto. Sembrava andare tutto bene fino a qualche minuto prima, e poi… e poi il nulla. Un nulla in cui tu ora stai vivendo il tuo dramma. Il dolore che si espande a tutto il corpo. Le lacrime, come piccole gocce di rugiada, cadono lungo il tuo volto. Senti la disperazione salire. Ansimi, piangi. Singhiozzo dopo singhiozzo cerchi di dare un motivo a quel che sta succedendo. Batti un pugno sulla tua coscia. Perché? Perché? ripeti in continuazione. Lacrime, dolore, disperazione, spasmi di un dolore lontano e chissà dove localizzato. È tutto un susseguirsi di eventi che ti portano lì dove sei, chiuso a chiave in una stanza, seduto ma abbracciato con il tuo dolore. La maglia bagnata dal sudore, umidiccia al contatto con la tua sporca pelle. Chiazze, aloni di sudore, macchie di vita lungo un corpo morente. Il sudore che cola lunga la schiena. Un’onda, un tremolio, la classica e maledetta vibrazione che fa tremare la tua vita. L’odore aspro del tuo corpo che sale fin dentro le narici. Una siringa di nulla iniettata direttamente nel cervello. Una droga che non è droga ma che ti droga. Tutto gira, forse provi anche della nausea, ma non lo sai. Non lo sai perché non capisci. Ti ritrovi rinchiuso a fissare il vuoto e a tremare, sudare, morire. Stai morendo, dovresti accettarlo. E pensare che quattro minuti fa tutto andava bene. Poi il male, l’eterno dolore, la sconfitta del vivere che si abbandona nelle braccia della sofferenza. Un soffio di vento ti risveglia, un soffio di vento che si scontra con le gocce del tuo freddo sudore. Sei vivo, ti rendi conto che il dolore esiste ma non ti ha ancora ucciso. Piangi in un lamento di saliva. Lì, fuori dalla finestra, c’è un mondo che ti aspetta. Tu vuoi solo piangere, speri che quel lamento continuo cessi con la dedizione al dolore, invece ti sbagli. E lo abbracci, ti abbracci. Vedi la chiave girare e la serratura scattare. Fissi la porta, il vento ti soffia sul volto, il sudore cola lungo tutto il tuo corpo. Le gambe tremano, lo stomaco tuona. Perché? ripeti ancora una volta e giù un pugno sulla coscia. Cerchi di capire, ti passi una mano tra i capelli, un’altra sul volto. Barba incolta, occhi che escono dalle orbite. Bestemmi, tiri una bestemmia una dopo l’altra, cerchi soltanto qualcuno da incolpare, eppure l’unico omicida sei tu. Maledetti tutti! Non puoi farci nulla, è colpa tua. Accetta la realtà, accetta quel dolore che ti prende da dentro e sembra volere uscire da te. Accettalo perché è l’unica medicina che puoi prendere in questo momento. Già, un momento come un altro ma diverso da tutti gli altri, semplicemente perché ora sei chiuso a chiave in una stanza a fissare un muro bianco, un muro gelido che non traspira alcuna emozione. Lo fissi, vorresti potergli dire qualcosa, ma le tue parole sono tutte rivolte a chi di dovere: parli da solo. Solo nel vuoto di una stanza, l’unica decorazione dello spettro della paura sei tu. Pensi, ripensi a tutto quello che hai fatto. Ti rendi conto che le cose procedevano come stabilito perché tu sei un amante dei piani, devi sempre pianificare tutto. Ansia. Tiri un sospiro. Soffro d’ansia. E anche se fosse? Cosa c’è di male? Niente, assolutamente niente, perché il male è dentro di te. Cerca di parlarti, ma tu, rifiuto dopo rifiuto, lo scacci via lontano da te. Storci il naso, chiudi gli occhi, ma a nulla serve. Il muro ti fissa e tu fissi il muro. Non c’è sfida, solo una labile distanza. La finestra lascia entrare della buon’aria che tu non sai come raccogliere. Sudi, continui a sudare, uno spasmo dopo l’altro. Dolore, paura, sentimenti contrastanti si scatenano dentro di te, e non solo. Doveva andare in tutt’altro modo, urli al muro. Parola dopo parola cerchi di ricostruire l’accaduto, cerchi di capire quale sia il punto di partenza. Vuoi una causa al tuo malessere, c’è bisogno di incolpare qualcuno. Urli al vento, accarezzi il muro. Piccole gocce di sudore continuano a bagnarti  la fronte, il volto. Sei un animale pazzo rinchiuso in gabbia, un folle animale affamato. Un’altra vibrazione risveglia il tuo corpo morto. Sei morto, ti lasci andare. Un ultimo lamento, la saliva che pende da un lato all’altro delle labbra, una scena disgustosa proprio come la puzza che viene da te. Puzzi, sei marcio, stai morendo dentro. Ti senti morto, sei morto, sei libero. La morte ti ha liberato. Senti il sudore raffreddarsi sul tuo corpo puzzolente, il vento che ancora una volta ti accarezza e vuol darti conforto, ma è un conforto freddo, distaccato. Smetti di abbracciarti perché sei morto. Un ultimo fremito prima del lungo addio. Una sola parola come un loop mentale echeggia tra le pareti della stanza: dissenteria.

Scritto da Sergei
09:16 / p-link / pensieri, racconti, vita, sfoghi / commenti

lunedì, 12 maggio 2008

 

Esperimento 04 - Un romanzo primitivo 

Il rumore delle lancette scandisce il passare del tempo. Ho ancora il coraggio di guardarmi intorno per vedere ciò che resta. Sono disteso sulla poltrona del mio studio. Qui ho trascorso gran parte dei miei ultimi cinque anni, tra scartoffie e roba varia. Aspetto ancora che quella porta si apri per vederla entrare almeno per un’ultima volta. Sto bevendo e credo di non esserne capace. Butto giù un primo sorso e quasi soffoco. Stomaco e gola sono in fiamme. Tossisco. Vorrei tanto vedere la mia immagine riflessa in uno specchio, vedere come mi sono ridotto. Tac, un minuto è passato.
Verso due dita di… non so cosa sia, forse scotch. Lascio che il liquido tocchi il fondo del bicchiere come se fosse un’onda, risalendo per raggiungere il limite. Già, il limite. Una parola che forse non centra nulla con un bicchiere, né tantomeno con il versare. Le parole sono solo un’illusione per rendere la vita semplice o per creare difficoltà in chi non dispone di capacità intellettuali che soddisfino la massa. In poche parole tutti quei termini non servono a nulla, il loro unico scopo è quello di creare una falsa difficoltà in cui incapperà qualche piccolo stolto, cosicché il principe delle pecore possa gioire dalla sua posizione.
Il bicchiere mi scivola di mano e si frantuma sul tappeto. Non pensavo fosse così delicato il vetro. Forse dovrei essere abituato o, per lo meno, dovrei sapere che tutto tende a rompersi, del resto è già accaduto più di una volta. Guardo fisso i pezzi di vetro sparsi ovunque. Alcuni sono arrivati vicino alla porta. Dovrei ripulire. Mi alzo e apro l’armadietto basso che è di fronte a me. Sopra un mucchio di libri che non dovrebbero esserci. Prendo un altro bicchiere. È buona norma per un nuovo alcolizzato – che non vuole servirsi direttamente dalla bottiglia – di avere almeno un secondo bicchiere di riserva. Passo su un pezzo di vetro frantumandolo del tutto. La mia vecchia poltrona in pelle. Ci sprofondo dentro. Appoggio il bicchiere su un bracciolo e chiudo gli occhi. Sbadiglio per l’ennesima volta. Ho voglia di dormire, di riposare, ma lei me lo impedisce. Avrò dormito sì e no un paio di ore in questi giorni che mi separano da loro. Tac, un altro minuto è trascorso.
Guardo fisso il soffitto come se cercassi in esso una risposta alle mie disgrazie. Perché è accaduto? Avrei potuto evitarlo? Certo che avrei potuto! Sono un povero uomo e questo mi ha impedito di guardare al di là della barricata. Quando tutto è finito ho guardato lontano, ma mi sono accorto che il nemico è sempre al tuo fianco o dietro di te. Davanti non c’è nulla se non un orizzonte incolore.

Dovrei mangiare qualcosa. C’è troppo silenzio in questa cucina. È tutto così opaco, sbiadito. Il sole che penetra dalla finestra sembra non riuscire ad illuminare questa stanza. Esco fuori al terrazzo e mi siedo. I miei occhi sono gonfi di disperazione. Porto le mani al volto e poi piango. Maledico il mondo, maledico tutti loro. Non faccio altro però, che nascondere la verità. So che dovrei maledire solo me stesso. Lui l’ha portata via. Un pianto lagnoso, quasi mi do fastidio da solo. Lacrime e saliva si mischiano sul mio volto. Nascondo la testa nella braccia. Non ho più voglia di vedere nulla. Tac, un altro minuto è passato.

Sono stanco, ho sonno. Ho anche paura. Mi verso un bicchiere di acqua mentre guardo disinteressato la televisione. Acqua, principio di vita. Svuoto il bicchiere a terra e calpesto quella chiazza di vomito acquoso con il piede sinistro. Spengo il televisore e torno nel mio studio. Osservo i libri, gli amici libri, compagni di avventure e di passioni. Sono immobili, fermi, freddi. A loro non importa di me, non hanno voglia di abbracciarmi, né tanto meno di compatirmi.
La moquette, di un morbido verde XXX, sembra volermi assicurare la sua presenza. Lo so che ci sei, le dico e poi la calpesto con i miei sudici piedi. Sono circondato da presenze inanimate. Fenomeni che non si manifestano. Rido di un riso amaro. Il bicchiere ha ancora un po’ di scotch. Tiro giù l’ultimo collo e gemo dalla soddisfazione. Tossisco. Ho paura che possa cadere malato. Ho paura di questo? Io già sono malato! E non voglio essere curato, sia ben chiaro. Mi siedo a terra, vicino a una libreria. Mi siedo vicino ai miei unici amici che non mi pensano. Freddi, siete freddi maledetti! Rido. Che stupido che sono. Pensare che un libro possa amarti, sto sul serio impazzendo. Mi alzo per prendere la bottiglia e il bicchiere dalla scrivania dove un tempo lavoravo, poi torno a sedermi dov’ero. Un piccolo studio, nulla di più. Ha una forma ad L ed è circondato da librerie cariche di libri. Pile e pile di libri. Una scrivania alle spalle della finestra – che è di fronte all’entrata – ed una poltrona nell’angolo perpendicolare alla scrivania. Quattro lampade, di quelle alte che ricordano un po’ la forma di un ombrellone chiuso, sono l’unica illuminazione. Era la mia tana. A volte capitava che avessi del lavoro da sbrigare con una certa urgenza e mi chiudevo proprio qui dentro. Chiudevo la porta e da buon ossesso, quale sono sempre stato, svolgevo i compiti per casa. Ogni tanto speravo che quella porta venisse aperta da lei, da loro. Un solo semplice sorriso, un abbraccio, un bacio e poi pronti a ritornare agli esercizi. Una vita semplice, modesta. È stato quello lo sbaglio. Il semplice e lineare distrugge l’osservatore. Quando chi osserva diviene cieco il rischio di cadere o di essere investito è alto. Io, invece, sono cieco. Cristo se lo sono! Ciò però non mi ha impedito di vedere la loro fine, la mia fine. Così, questi miei occhi stupidi, non possono far altro che rimpiangere quei giorni. Mi verso da bere. Tac, un altro minuto è passato, forse anche più di uno. Tac, tac, tac.

Provo a distendermi qualche minuto sul letto. Chiudo gli occhi. Il mondo sembra essere così lontano.
“Che cosa hai fatto? Perché sei tutto sporco di fango?” mi chiede una voce.
“Io… io” mi guardo le mani, “non lo so.”
“Che le hai fatto?” urla una voce di donna e vengo strattonato.
“Non so di che stai parlando” mi guardo le mani.
“Assassino” mi dice, “Assassino” ripete la folla.
Apro gli occhi di scatto. Il soffitto è bianco. Tac. Guardo la sveglia ma i numeri sono tutti sciolti, così come anche le lancette. Da dove proviene allora questo rumore? Il tempo scorre ancora?
Mi porto le mani al volto. Una melma scura, puzzolente e ruvida mi sporca il volto. Mi alzo impaurito dal letto. Le mani sono sporche, sembra fango. Non capisco. Corro al bagno. Mi guardo allo specchio. Sono tutto sporco di fango. Apro il rubinetto e faccio scorrere l’acqua. Il fango non viene via dalle mani. Passo più volte l’acqua sul mio volto. Non va via, non va via!
“Amore” sento una voce alle mie spalle. Mi giro, ma non vedo nulla. I miei occhi, i mie occhi sono coperti dal fango. Mi giro e inciampo, cado a terra. Urlo per il dolore, ho sbattuto contro qualcosa. Chi è che mi sta parlando? Chi è?
“Chi sei? Chi sei?” urlo. Allungo le mani per cercare di capire dove sono caduto. È tutto così freddo, forse è la vasca da bagno. Muovo le braccia per vedere se c’è qualcuno o qualcosa davanti a me, ma sto solo spazzando via l’aria. Non c’è nessuno. Finalmente apro gli occhi. Qualcosa di umido e di caldo scorre sulla mia fronte, è sangue. Mi sono tagliato sbattendo… sbattendo contro cosa? Sono disteso sul letto. Non capisco. Sono confuso. Sono le X. Tac, e un altro minuto è trascorso.

Apro il cassetto della scrivania, prendo carta e penna. È ora che scriva le mie ultime parole. Questo è tutto. Metto il punto finale e lo poso nel cassetto di destra. Mi verso da bere. Tracanno tutto lo scotch che c’è nel bicchiere in un sorso, il polso sulla bocca accompagna questa lontana bevuto. Vado in camera da letto, apro il suo cassetto. Smuovo un paio di mutande e prendo il pacchetto di sigarette. Sapevo che non aveva smesso. Credo che anche lei lo sapesse che io lo sapevo. Bah, che schifo il fumo. Non l’ho mai sopportato. Gliel’ho detto che un giorno un tumore l’avrebbe portata via, non mi ha voluto dar retta. Dentro il pacchetto – che è quasi pieno – c’è anche un accendino. Prendo una sigaretta e l’accendo. Non fumare, le ripetevo in continuazione, così lei aveva smesso – poi ha ripreso a farlo di nascosto –. Ma io lo sapevo. Rido di questo, rido perché mi sono sbagliato, perché non è stato un tumore a portarla via. Tossisco, mi sto strozzando con il fumo. Un altro colpo di tosse, un altro ancora, un altro ancora.
Torno nella mia tana. Fumo e bevo. Corro al bagno e vomito. La mia faccia dritta nel cesso. Tiro lo sciacquone. Vorrei sciacquarmi il volto ma ho paura di non riuscirci.
Seduto sulla poltrona del mio studio guardo il soffitto. Una flebile luce, proveniente dalla lampada vicino alla poltrona, illumina la stanza. Fisso la lampadina, sta facendo la capricciosa. Capricciosa? Non so più parlare. Rido, rido, rido, rido, rido. Sto delirando. Inizio a piangere di nuovo, le mani che mi coprono il volto, che coprono la mia vergogna. Inizio a bere di nuovo. Mi sento così confuso. La stanza trema, gira. Bevo di nuovo, bevo ancora e ancora e ancora. Fino a vomitare.

Sono confuso. Da quanti giorni va avanti questa storia? Questo ripetersi continuo di lacrime e di alcol? Ogni giorno piango, ogni giorno mi butto sul letto e mi sveglio con una ferita sulla fronte. Non capisco. Quanto tempo è trascorso? Che giorno è oggi? Bevo ancora una volta. Non capisco. Non capisco. Non capisco. Perché lo ripeto in continuazione? Apro l’armadietto e prendo un’altra bottiglia. Guardo il bicchiere vuoto che è sulla scrivania. Vuoto come me. Con una mano gli tiro uno schiaffo, lo faccio volare via fino a frantumarsi sul muro. Mille scintille cadono a terra. I fuochi sono finiti, lo spettacolo è finito, è ora di tornare a casa.
Prendo un altro bicchiere. Cos’è il terzo o il quarto che rompo? Mi verso un altro bicchiere e poi vomito. Tac, e forse un altro giorno è andato.

Scritto da Sergei
20:39 / p-link / pensieri, racconti / commenti

martedì, 26 febbraio 2008

 

Esperimento 03 - Tentativo mal riuscito 

-       Cosa c’è che non va?

-       Nessuno mi capisce. Vorrei solo che qualcuno fosse in grado di farlo.

-       Perché credi che nessuno ti capisca? Cosa ti induce a pensare una cosa del genere?

-       Il solo fatto di vedere che tutti siano certi di sapere cosa devo fare, cosa sia meglio per me. Ecco, già questo è un motivo per credere che nessuno mi capisca. In fondo non cerco un uomo da sposare, voglio solo che qualcuno capisca quello che sto passando, quello che mi frulla nella testa.

-       Cosa pensi ti stia, come hai detto? Frullare, giusto? Ecco cosa pensi ti stia frullando in testa?

-       Io… non lo so di preciso.

-       Però credi che ci sia qualcosa.

-       C’è qualcosa!

-       Cos’è?

-       Non lo so! (singhiozza). Non è propriamente una sensazione (si aiuta con un fazzoletto), ma avverto qualcosa, c’è qualcosa in questa mia testa.

-       Qualcosa che neanche tu conosci bene.

-       Già (si soffia il naso).

-       E vorresti qualcuno che ti aiutasse a capire, vero?

-       Non proprio. Non è solo questo qualcosa (mima con le dita due virgolette), è anche tutta una serie di comportamenti che gli altri non capiscono.

-       Puoi essere più chiara?

-       Mettiamo caso che io passi le giornate buttata su un divano. Magari voglio solo un gelato, qualcosa che mi rinfreschi. Ho degli amici, tutte ottime persone, non le sostituirei con niente al mondo, ecco, ma metta caso che in questa mia voglia di gelato mi venga presentato un piatto di tortellini in brodo. Ovvio che io ringrazi chi me li offre, ma nutro anche una sorta di odio nei suoi confronti perché non ha capito di cosa avessi bisogno. (Appare più serena)

-       Quindi il problema è tra il gelato e i tortellini?

-       No! (Un accenno di ira nasce nei suoi occhi) Il problema non è tra il gelato e i tortellini, il problema è tra quello che voglio e quello che mi si presenta.

-       Che ti si presenta o che ti viene presentato?

-       Voglio il gelato! (Stringe i pugni)

-       Perché, credi di non meritarti il gelato?

-       Chi sta parlando di meriti? Io voglio il gelato ma mi vien dato dell’altro.

-       Dici, quindi, che il gelato ti tocca di diritto?

-       È un mio volere, ovvio che mi tocca!

-       Però ti viene dato dell’altro.

-       Esatto. (Silenzio per una decina di secondi) Qualcosa si sta rompendo. Forse sono i nervi, forse la mia pazienza. Perché nessuno capisce… (lascia cadere la frase)

-       Tu vuoi il gelato, e fin qui ci siamo, ma hai mai chiesto il gelato?

-       C’è la necessità di chiederlo?

-       Io sono in un bar, ordino un caffè macchiato e mi viene portato un bicchiere di bourbon. Cosa pensi che abbia fatto il cameriere?

-       Si è sbagliato.

-       Giusto. Più precisamente qual è la causa del suo errore?

-       Era distratto, non prestava attenzione, ha capito dell’altro. Cosa ne posso sapere io?

-       Problemi di comunicazione. Magari non ha capito bene cosa ho detto io, può darsi?

-       Sì, ma come ho già detto, può darsi anche che era distratto.

-       Mettiamo caso che sia cosi. Lui era distratto, magari non aveva voglia di lavorare, era stanco, eccetera. La colpa di chi è?

-       Ovviamente sua. Se lavora deve mantenere una certa professionalità.

-       Bene. Potevo fare qualcosa io?

-       Se entro in un bar e ordino qualcosa di certo non mi metto a vedere se il cameriere è sveglio oppure no.

-       Perché non lo faresti?

-       Voglio un caffè e ordino un caffè.

-       Sì. Se ti viene però servito dell’altro come nel mio caso?

-       Chiamo nuovamente il cameriere e gli dico che non ho ordinato un bourbon.

-       Lui insiste che tu l’hai ordinato.

-       Si sbaglia, io non gliel’ho chiesto. Volevo un caffè.

-       Il cameriere continua ad insistere.

-       Si sbaglia (sembra un po’ smarrita, lo sguardo vaga per la stanza).

-       Su questo siamo tutti d’accordo. Lui però vuole rifilarti lo stesso il bourbon, non perché te lo vuole vendere a tutti i costi, ma perché è convinto che tu hai ordinato quello.

-       Ma non l’ho fatto! (Sbotta sbattendo le mani sul divano)

-       Per me lo hai fatto. Hai ordinato del bourbon anziché un caffè.

-       Non è possibile! Quando lo avrei fatto?

-       Quando hai ordinato del caffè.

-       Mi prende in giro?

-       Entri un bar, magari è anche un bel bar, bello grosso, un mucchio di persone. Prendi un tavolo. Intorno a te ci saranno una decina di tavoli neri, ovviamente sono tutti occupati. Tu prendi il tavolo bianco, tra l’altro è l’unico di quel colore. Sei seduta, alzi la mano, il cameriere ti si avvicina e tu ordini il caffè. In tutto questo c’è un piccolo particolare.

-       Che il cameriere ha segnato del bourbon?

-       No. Appena entri tu vedi un colore, il bianco, e ti ci fiondi sopra. Prendi posto e continui a guardare il tavolo bianco. Le persone intorno a te parlano dei loro affari, nulla che ti riguardi ovviamente. I camerieri vanno avanti e indietro, prendendo ordinazioni su ordinazioni. I loro volti sono stremati. Forse non vengono nemmeno pagati bene, lavorano a nero, chi lo sa? Il tuo sguardo, tuttavia, è ancora fisso sul tavolo. Di che colore sono gli occhi del cameriere? I capelli? È un uomo o una donna?

-       Non lo so.

-       Giusto. Perché non lo sai?

-       Credo… (appare imbarazzata) perché non l’ho visto.

-       Può bastare per oggi.

-       Così presto?

-       Il tempo, mia cara, è trascorso come al solito. Ora (le passa un guinzaglio) dobbiamo andare.

-       Dove?

-       Devo marcare territorio.

Scritto da Sergei
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martedì, 04 dicembre 2007

 

Esperimento 01 - Il foglio bianco 

Me lo immagino, lì seduto alla sua scrivania con la luce del sole che penetra dalla finestra e la sua amante che lo aspetta: la macchina da scrivere. Perché lui non è come gli altri, non si è evoluto, non ha mai voluto accettare il cambio generazionale, il progresso. È rimasto fedele, o per lo meno, legato al passato. La dimostrazione è lì, di fronte ai suoi occhi.
Un dito supera l’altro come se fosse una gara ad ostacoli, ma l’unica difficoltà è data dalla sua mente. Ancora non riesce a superare quel falso limite che chiama «Musa». È convinto che ogni cosa che scrive è dettato da una, come definirla? Entità superiore, la Mente Creatrice. Ha provato più e più volte ad andare avanti. Ha immagino mille luoghi e mille mondi, ma non è mai riuscito ad andare oltre quel bianco scoglio: il foglio.
Un atleta può correre mille kilometri quando è ben allenato. Lui non è un atleta né tanto meno allenato. È un uomo qualunque in cerca di qualcosa che lo faccia uscire dal cerchio della «normalità». E dire che ci ha provato in tanti modi! Nessuno però lo ha gratificato come quella macchina da scrivere. Nessuno è riuscito a dargli alcuna emozione se non lei.
Eppure ora si trova coinvolto in una battaglia con il nemico che lo circonda. «È finita» esclama lasciandosi cadere inerme sul campo di battaglia. Un tonfo e il pavimento sembra vibrare al ricordo di una guerra che non è mai stata combattuta. Fa forza sulle braccia e si rialza. Dà una scossa ai pantaloni, e prendendo con la mano la mascella, scuote anche essa.
«Non va bene.» Come potrebbe andare meglio?
Gira per la stanza. Un lungo avanti-indietro. Se fosse stato un cartone animato avrebbe già consumato il pavimento.
Immagina una grossa ragnatela e un fornitore che vi butta sopra miglia e migliaia di parole. Magari esistessero fornitori di parole!
Si siede sul letto. Con le mani sul volto guarda il paesaggio fuori dalla finestra. La stanza è isolata, non si sente alcun rumore. A parte i calzini sporchi, non si sente nemmeno un odore. Non si sente nulla. È tutto bianco, tutto vuoto.
Torna alla scrivania e riflette. Potrebbe andare avanti, ma non lo fa, non ne è capace. Non sa cosa scrivere. Se non sai cosa scrivere evita di scrivere. Lui vuole scrivere, la sua mente no.
Apre la finestra. L’aria fresca gli accarezza il volto sporco di barba. Si appoggia con i gomiti sul cornicione e osserva il paesaggio. Grosse colline si estendono lungo il suo paesaggio. Ha pensato più volte di trasferirsi, magari soltanto un viaggio di breve durata. Alcuni scrittori trovano l’ispirazione anche sturando la tazza del cesso.
Chiude la finestra e si butta sul letto. Ormai è diventato un grosso sacco di patate che viene sbatacchiato a destra e manca.
Con la testa sul cuscino guarda in lontananza la macchina da scrivere con dentro il foglio.
Si alza nuovamente per andare alla scrivania. Si siede. Sistema bene la sedia. Correggia la posizione della schiena. Fa stretching con le dita. È pronto. Nessuna idea.
Si sposta dalla sedia, al letto, alla finestra, al pavimento. Potrebbe scrivere di bambini rapiti, di storie di sesso violento, o di entrambe messe insieme. Sarebbe troppo per la sua pseudo morale. In lui vi è un autocensura su una quantità di argomenti.
«Già è per questo!» e si dà un colpetto sulla fronte. Non è la sua morale il problema.
Apre l’armadietto vicino alla scrivania. Prende una bottiglia e inizia a tracannare. Beve, beve, fino a quando la stanza inizia a ballare. Un valzer senza sosta.
Si butta sul letto. Ora è troppo stanco per scrivere. Dorme.
Quando si sveglia controlla il foglio nella macchina: è ancora bianco. Non capisce. Va a bagno apre il rubinetto, ne fuoriesce un fastidioso rumore per la sua testa. Porta le mani sotto il rubinetto, e come se fossero tanti piccoli aculei, lascia che la gelida acqua gli bagni le mani. Si lava la faccia, il collo. Cerca nel buio dei suoi occhi un asciugamano. Va a tastoni e finalmente trova qualcosa di soffice: è la carta igienica. La fa volare per terra. Trova l’asciugamano e se lo passa sul volto. È soffice, morbido. Se dovesse essere ucciso per asfissia da qualcuno, vorrebbe che avvenisse con quel panno.
Torna a fissare la macchina da scrivere che non produce alcuna parola.
«Una frase, Cristo!» È tempo di imprecazioni, eppure lo dovrebbe sapere che bestemmiare non è come sfregare la lampada di Aladino.
Torna al letto, alla sedia, al pavimento e infine al bagno.
È stanco, stufo, annoiato. Prende un libro, inizia a leggere. Presto lo chiude. Inserisce un DVD nel lettore. Passano alcune decine di minuti e spegne. Tutto lo annoia.
Vorrebbe uscire da quella stanza, non può, non deve. Impreca per una ventina di minuti, poi si stufa anche di quello.
Sedia, bagno, pavimento, letto, sono i suoi soliti movimenti. Manca però la dinamicità delle dita che schiacciano i tasti della macchina da scrivere.
Sbruffa. Apre l’armadietto e prende un’altra bottiglia. Subito la posa per correre in bagno. Ne esce dopo qualche minuto e con qualche succo gastrico in meno.
Si siede per l’ennesima volta alla scrivania. Nulla da fare, tutto bianco.
Apre la finestra e si affaccia. Pensa al suo passato, di quando correva felice per il parco. Subito si desta da quel ricordo, perché non è mai stato in un parco. Un’infanzia difficile la sua, fatta di curiosità e di sofferenza. Chi troppo vuol sapere… Non era mai riuscito a termina quella frase, figuriamoci mettere insieme frasi per una pagina intera!
Mette le mani in tasca alla ricerca di una sigaretta, peccato che non fumi. Con la finestra aperta si siede sul letto che è a un metro dalla persiana.
Osserva il paesaggio che diventa sempre più scuro, sempre più triste. Il sorriso del sole sta lentamente tramontando dietro le colline.
«Sperando che la sera porti ispirazione…» sbruffa ancora una volta.
Chiude la finestra e si distende per terra. Gli occhi sono rivolti al soffitto che ha un colore nuovo, strano, che non ha mai visto: il bianco.
Bestemmia. Si alza a sedere sulle ginocchia. Fa un po’ di stretching con il collo. Venti minuti di avanti e indietro per la stanza e torna alla scrivania.
Inizia scrivendo: “C’era una volta”. Prende un accendino, che non si sa da dove sia uscito, e dà fuoco a quel foglio. Ne inserisce subito un altro. Ci pensa un po’ su e decide di buttarlo via, senza che vi abbia scritto su alcuna parola.
«Dovrò decidermi a comprare dei fogli colorati, magari gialli o arancioni. Questo bianco mi sta uccidendo.»
Nuovo foglio. Le dita, con velocità frenetica, si abbattono sulla macchina da scrivere come grandine sul raccolto. Una parola, due parole, frasi, periodi.
Di punto in bianco la pagina viene riempita di pallide parole che l’occhio non riesce a vedere. Un ticchettio dopo l’altro, come applausi scroscianti, fa avanzare il foglio sul rullo. Finito!
Toglie il foglio dalla macchina e lo guarda con ammirazione, poi con stupore e infine con incredulità: è ancora bianco.
Le labbra si allargano in un sorriso trionfante. Ha capito tutto. Poggia il foglio sulla scrivana. Apre un cassetto. Fruga un po’ dentro e prende un pennarello nero. Toglie il tappo con la mano sinistra, mentre il pennarello è ben saldo, come una spada, nella mano destra, pronto a scagliarsi contro il foglio nemico. L’odore forte dello spirito gli sale lungo le narici facendogli arricciare il naso. Non basta certo questo per fermalo.
«Ci siamo.» Fiero del suo lavoro, lascia che la punta del pennarello scivoli delicatamente sulla parte inferiore del foglio.
«Ecco fatto.»
Chiude il pennarello con il tappo e lo getta via nel cassetto insieme agli altri.
Alza orgoglioso il foglio, ma su quella pagina si legge soltanto in nero un’unica parola: FINE.

Scritto da Sergei
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domenica, 18 novembre 2007

 

Horror Vacui 

Gli occhi della fenice viaggiano in giro per il mondo cercando una terra lontana dove poter trovare una risposta ai perché. Più osserva e più si sente sola. È sempre più sola in un mondo fatto a deserto.

Ci stropicciamo gli occhi come un bambino appena sveglio, eppur a nulla serve perché ciò che si vede non può essere cambiato. C’è sabbia per le strade, c’è lerciume tra gli uomini. Ma non importa perché continuiamo a camminare come viandanti lungo un percorso che non siamo tenuti a conoscere. Dirupi, dirupi e niente altro che dirupi ci offre l’orizzonte. Possiamo sederci, assaporare il momento del silenzio ma prima o poi tutti noi saremo costretti ad alzarci e a camminare. Per andare dove non si sa.
E c’è un male che molti chiamano solitudine, che alcuni manifestano in modo bizzarro appellandosi alla massa, cercando rifugio in un –ismo, altri che si lasciano cullare dal nulla apatico, altri che cedono ancora prima di svegliarsi. C’è un perché a tutto questo? Ma a noi non importa il perché né il come. A noi non importa nulla di ciò. Potremmo dire qualsiasi cosa, ma se ciò che vogliamo sentirci non colma il nostro vuoto interiore, la paura profonda di non esistere, a nulla serviranno le parole. E sì che il malato va curato, tuttavia bisogna far riposare anche il viandante che non lo è. Non diamo retta, come spesso accade, a tutti coloro che vogliono vedere nella sofferenza la necessità di una cura, bisogna abbandonarsi ad essa. Queste parole, però, potranno risultare dure, grottesche, inaccettabile per i molti. Non sto affatto parlando dei malati, ma degli orribili qualunque che popolano il mondo, di quegli esseri che spaventano le bestie, di quegli inetti cui ho dedicato tante parole.
C’è ancora orrore per le strade indifferenti degli esseri comuni, masse e masse di popoli che dormono in quel che sembra un eterno letargo. Tutti che continuano ad avere paura della solita cosa: il nulla.
Chi affiderebbe il proprio cammino al signore del buio? Chi partirebbe di soppianto lungo un sentiero nel quale non possiamo vedere nemmeno i nostri piedi?
Il nulla non ha forma, non ha essere, non ha niente perché è nulla. Il nulla è il vuoto che aleggia dentro di noi e che vogliamo colmare con ogni forma di animalismo.
La paura ha concesso ad ogni specie di sopravvivere, la paura è il dono per eccellenza della Natura, un dono che noi continuiamo a rifiutare, abbracciando ogni qual forma di sensismo animale, ossia nel trascurare ciò che l’evoluzione ha donato all’uomo e che esso ha abbandonato, lasciando che sprofondasse nei meandri dell’ignoto: l’intelletto.
Non è questo un appello affinché gli uomini abbandonino il mondo della fantasia e della follia per convertirsi ad un nuovo illuminismo, abbandonando ogni loro decisione alla ragione. No, non è questo il mio intento. Non c’è nulla di più orrendo che lasciare le decisioni e tutto ciò che è volontà in noi, alla ragione. Per troppo tempo abbiamo assistito all’esodo lungo due sentieri che hanno danneggiato l’Io e disgregato il Sé: l’amore per la fede e il neutralismo della scienza. Due strade che hanno abbandonato l’uomo nel nulla di cui ha tanto paura. Nessuno, o pochi, durante questo duro e triste cammino, hanno cercato di riportare l’attenzione del qualunque sul suo obiettivo principale.
Ma qual è questo obiettivo principale? Abbattere o almeno scalfire il muro del presente, demolire il passato e costruire il futuro.
Seduto su una sedia un uomo, ormai anziano, vede passare dinanzi a sé ciò che il ciclo evolutivo ci propone fin dalla Nascita. Quell’uomo, lì seduto, non può far altro che guardare e sforzarsi di capire perché ciò che vede non è mai cambiato.
Non c’è dio a cui appellarsi, non c’è alcuna verità scientifica a cui fare riferimento, l’uomo è solo e così resterà: nel suo eterno letargo.
Chi ha, dunque, il compito di salvaguardare l’Uno dal mostro del Nulla?
La nostra unica possibilità di uscire dal feretro dell’oblio mentale siamo noi.
“Ho voglia di ridere su questa tua enorme banalità!” Allora ridi stolto!
Per risolvere un problema dobbiamo ammettere di averlo. Se io provo un forte disaggio che, consciamente o incosciamente, non voglio accettare, chiunque potrà presentarmi la realtà dei fatti più e più volte ma non lo ascolterò mai perché i miei occhi diventeranno ciechi e la mia mente sarà avvolta dal buio. Non si tratta di avere una gamba rotta che è un dolore oggettivo e su cui non possiamo mentire (scanso pazzia!). Ma le nostre paure, le nostre ansie, non facciamo altro che nasconderle quotidianamente. Qualcuno potrà obiettare che siano sistemi di difesa messi in atto dall’io per salvaguardare la persona. Ma quale animale ha il bisogno di difendersi dal nulla? Meglio ancora, quale lucertola si nasconde in una giornata di sole in cui non incorre in alcuna insidia?
Perché continuare a mentire all’essere umano, perché continuare a minare il fondamento del nostro io dicendo che dobbiamo difenderci dal Nulla?
La paura dell’ignoto, della morte e del dopo, è un fattore che fa parte della nostra biologia, che crea falsi Idoli e falsi Dei.
Solo qualora (ma questo fa parte della mia visione utopistica) ci rendiamo conto di queste nostre impedenze, di questi nostri limiti, possiamo far sì che la paura prenda una forma concreta, che prenda la forma del Nulla e che con essa svanisca, consentendo di prendere visione di noi stessi.
Il risvegliato dirà: “Non esiste altro all’infuori di me.”
Lo stolto capirà che siamo noi che creiamo il nostro mondo e che non esiste una realtà oggettiva all’infuori del nostro pensiero (inteso come modo di vedere le cose). Il pazzo, addirittura, additerà il risvegliato di blasfemia, dicendo che così si distrugge il concetto di Dio e della sua magnifica bontà e potenza. Ma il risvegliato sa bene ciò che ha detto e gli altri della sua specie hanno ben inteso le sue parole.
Posso io spiegare questo arcano mistero del dire del risvegliato? Ovvio che no! E non lo faccio per presunzione o perché io stesso non abbia ben inteso quelle parole. Lo faccio perché è all’Uno, al qualunque che queste parole sono rivolte, e se egli, se loro, non hanno ben compreso questo dire è come cercar di far capire ad un individuo che ha un problema e che egli non possiede volontà nell’accettarlo.
“Sbattere” in faccia la cosiddetta verità (intesa come un dato di fatto oggettivo non un valore assoluto) a qualcuno è quanto di più orripilante possa una persona commettere. È un gesto ignobile di cui non bisogna in alcun modo andarne fieri.
Tutti quegli idioti che affermano di dire sempre ciò che pensano, che volgarmente dicono di non potersi sottrarre al vero, fanno parte di una delle razze più brutte che l’intelletto umano ha potuto creare.
Non tutti hanno lo stesso grado di intelligenza, intesa come capacità comportamentale e di accettazione, ma allo stolto condottiero della verità ciò non importa perché pensa di essere nel giusto. Siccome individuare ciò che è giusto da ciò che non lo è, non è nell’interesse di queste parole, lo stolto passerà dall’intelligenza umana all’intelligenza di un primate, più simile alla bestia che all’uomo.
L’unica verità che può essere proferita è quella dell’uomo in quanto umano e non bestia, l’uomo che diviene consapevole di sé e che progredisce lungo questo “nuovo cammino”. Tutto il resto fa parte della storia e di un mondo che non deve più appartenerci, di un mondo mentore, il cui allievo riesce a superare il maestro individuandone i limiti.
Che la fiamma venga spenta e poi riaccesa! Le fondamenta vanno distrutte. Solo qualora si riuscirà ad accettare questo ignoto si potrà parlare di una nuova costruzione, di un nuovo fuoco dal quale sorgerà una nuova vita.

Scritto da Sergei
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sabato, 01 settembre 2007

 

Sei rose colte 

Nell’ombra, nel buio, vagare per strette strade per cercare di ricordare. “Cosa sono diventato?” è questo l’interrogativo che si pone. Sente la necessità della domanda.
“Finalmente ti ho trovata” le dice.
“Non mi hai mai veramente cercata” controbatte lei.
Eppur il suo volto non era il suo, perché in questo mondo ciò che è, in realtà non è, e quel che è, potrebbe essere, e in quanto potrebbe non è. Ogni volto, ogni immagine ha una storia a sè, una storia che si origina dal nulla, perché l’autore è a noi ignoto.
“Perché mi hai trattato così? Cercavo di aiutarti e invece ti sei lasciata andare” le fa notare lui.
“Ho scelto la via più semplice, la via della vergogna e la via della temerarietà. Non avresti fatto lo stesso nelle mie condizioni?”
“Non ho mai smesso di pensarti” le dice con grazia lui.
“Fandonie! Misere parole pronunciate dal nulla quale è la tua bocca. Taci maledetto falsificatore!” gli urla lei.
Poi un vortice privo di senso sembra annebbiare la vista, annebbia il mondo che circonda il buio: avvolge il nulla.
Corre, corre verso la porta blu, ma non c’è speranza: dietro, non c’è che il nero.
Dell’acqua scorre rapidamente.
“Mi hai abbandonata!”
“Mi hai abbandonato!”
“Ci hai abbandonati!”
Troppe persone, troppe responsabilità per un male che non può essere identificato. Vede ciò che non è e che non può essere, associa il nulla alla vita e alle sue false forme.
“Io… voglio… ai…” queste le sue parole, mentre lo scorrere dell’acqua non cessa.
La vede, finalmente la vede, o meglio, la vede di nuovo. È vestita di rosso ed è l’ombra della paura che sta per svanire. Cosa può esser mai se non la sua unica soluzione?
“Torna…” le dice, ma lei, vestita di quell’abito nero, gli volta le spalle e svanisce.
Ma si sa che nulla è come può sembrare, perché ciò che è potrebbe non essere, e ciò che non è, non esiste in questo mondo.
Lui piange, ma in realtà non sono lacrime. Schizzi di una pioggia che non c’è gli bagnano il volto e lui solo, inerme, privo di alcuna forza, giace nel fondo della vasca disegnata nel rosso di un vacuo ricordo. 

Scritto da Sergei
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giovedì, 16 agosto 2007

 

L'Io, il Sè, le Opinioni: il Supremo 

Partiamo da un presupposto, ossia quello di essere un animale dotato di un’eccezionale grado di intelligenza, ma al contempo di avere delle carenze notevoli sotto il profilo fisico, rispetto a tutti gli altri animali.
Accurato tale presupposto bisogna cercare di approfondire cosa questa “eccezionale” intelligenza comporti nell’animale uomo.
C’è una differenza tra le “bestie” e gli esseri umani? Non mi soffermo su questo punto in quanto lo si può dimostrare quotidianamente come tali differenzi siano banali. Ciò vuol dire che questo uomo pensante, in realtà non differisce granché dal normale animale, denominato qui bestia per differenziarlo dal pensante essere chiamato uomo.
Premesso ciò, ossia che l’uomo e la bestia nel contesto siano simili in quanto l’uno concatenato all’altro, perché simili nei comportamenti, bisogna però chiarire questo concetto.
I più potranno obiettare che vi siano differenze sostanziali tra gli uomini e le bestie, ma io purtroppo cieco del mio falso sapere, non le riesco a notare.
Questo volere a tutti i costi elevare l’uomo ad un dio, simile al vitello d’oro, conduce ad una evitabile conclusione. Qual è questa conclusione? Procediamo con l’argomentare.
Dai 0 ai 3 anni, il bambino è simile ad una spugna e apprende tutto ciò che può apprendere. Ma cosa accade dopo?
Una volta stabilizzato l’Io e formato il Sé, l’uomo apprende che quegli istinti latenti nel suo animo, accostabili a quelli della bestia, sono ancora presenti in “esso” e vanno portati alla luce. Di quali istinti sto parlando? Sbaglio nell’utilizzare il plurale, perché l’unico grande istinto che rende l’uomo ancora simile alla bestia, malgrado questa ostentata intelligenza, è la perversione.
Cos’è dunque la perversione? È il volere a tutti i costi essere bestie, ossia voler predominare l’uno sull’altro. E non c’è nulla da vergognarsi, eccetto che veniamo definiti esseri pensanti e dotati di un’intelligenza superiore agli animali, pardon, bestie.
Dunque l’intelligenza contraddistingue l’uomo dalla bestia, ma contraddistingue anche ogni uomo dall’altro uomo.
Ognuno è intelligente a modo suo, e per forza di cose, vi deve essere qualcuno sempre superiore all’altro. Ecco che la perversione torna in atto. L’essere più intelligente di un altro non è affatto malvagità. Vi è però un dubbio che dovrebbe nascere nella mente, ed è quello di chiedersi cosa sia l’intelligenza. L’intelligenza è ciò che ti fa domandare cosa essa sia. Troppo banale! Noi cerchiamo i paroloni, il disvelamento della verità, peccato che questa non esista.
Nessuno insegna mai a nessuno, che tutti siamo intelligente in egual modo. Tutti siamo dotati di un certo grado di intelligenza prima, che rende l’uomo ciò che è. Il solo pensare ci rende esseri intelligenti, pur tuttavia, ciò non viene mai reso chiaro negli insegnamenti occulti della cultura. Ciò a cui veniamo sottoposti, costretti, nell’arco di una formazione scolastica e culturale, è pura stupidità intellettuale. Perché nelle scuole non si parla di egualità intellettuale prima? Perché vi è il continuo bisogno di gareggiare. Cos’è la gara se non una stupida messa in scena della repressione della perversione stessa? Noi gareggiamo per vincere, per essere i primi i più forti. Certo si potrebbe obiettare che molte volte si gareggia per puro divertimento, ma queste sono le favole che vengono raccontate ai bambini prima di andare a letto. Nessuno mai, nel gareggiare, oserà perdere. Si gareggia per il puro gusto del divertimento. Bene! Ma ciò sta ad indicare soltanto che vi sarà una minore intensità, un minore accanimento, nel cercare la vittoria. Se ciò non fosse vero non vi sarebbe motivo di gareggiare.
Quindi l’intelligenza prima è la base per ogni sapere. Come si può insegnare la matematica, o qualunque altra disciplina, se prima non siamo consci di chi siamo? Una storiella inventata da non so chi, vuole che l’essere umano da una quantità di generazioni infinite, si ponga la domanda che recita: “Chi siamo?”
Assurdità! Per milioni di anni l’uomo si è posto una “banalissima” domanda senza aver in alcun modo dato una risposta. Certo che una domanda ben posta vale mille risposte. Ma rasentare il ridicolo è altro. È come se un uomo privo di gambe si domandasse perché non cammina. Se gli insegnamenti che ci vengono posti con dittatura non chiariscono dilemmi esistenziale, cosa essi servono? A renderci schiavi della definizioni? Perché non ci viene insegnato a pensare per prima e poi a ragionare ed infine a leggere? Perché non ci viene detto che partiamo tutti da un’intelligenza prima che ha il compito di evolversi?
Perché con l’intelligenza prima è sì vero che siamo gli uni uguali agli altri, ma ciò, una volta avvenuta la maturazione intellettuale, ci rendere tutti simili e nessuno uguale. Ed ecco che nasceranno i grandi geni, i grandi pensatori e i grandi stupidi.
Nel percorso ci saranno mille e uno intoppi, traguardi non raggiunti, mete non definite. Cosa distingue il genio dallo stupido è una cosa, e ciò che distingue lo stupido dal grande pensatore è altra cosa. Nel primo caso bisogna inginocchiarsi alla magnificenza dell’intelligenza evoluta umana, ma parliamo di casi estremamente rari. Geni del calibro di Leonardo da Vinci, non nascono giorno dopo giorno. Ma ciò che differenzia lo stupido dal grande pensatore è cosa quotidiana.
Il grande pensatore non deve assolutamente essere un genio. Non deve in alcun modo ritenersi tale, perché questo suo epiteto sta ad indicare colui che è riuscito a comprendere tutte quelle realtà che non vengono insegnate perché rischiano di distruggere la perversione.
Ci sono realtà, o verità, a seconda che il lettore preferisca, che non vengono in nessun, eccetto rari casi, insegnati in alcun tipo di istituzione, o denunciate in alcun testo di “cultura”.
Il grande pensatore è colui il quale riesce a liberarsi delle opinioni comuni, per dirla alla Mill, ma non solo, è il dormiente che abbandona il mondo onirico per aprire gli occhi, per utilizzare il nervo ottico dopo millenni di sonno. Dimenticare la realtà inventata che ci è stata presentata come vera per lunghi secoli, è questo che rende prestigioso il grande pensatore. Non è dunque il discutere dell’Essere, o parlare di ontologia e metafisica, non è questo il grande pensatore. Costui è soltanto colui che si burla del vero. Quasi dimenticavo che la verità non esiste! Ma se la verità non esiste perché ci si accanisce tanto ad indicare qualcosa come vero?
Eliminiamo quindi i vocaboli vero e verità. Ciò che viene indicato con questi due (o più) termini vuol star a significare quel ragionamento, o processo di pensiero, che sembra essere più convincente. Affinché ciò sia vero, permettetemi il gioco di parole, occorre che tale dire sia in continua pressione, ossia che venga continuamente sottoposto a confutazione (come del resto deve avvenire assolutamente per queste mie parole), perché solo così si potranno avere dei pensieri corretti. Che poi tali congetture possano risultare orripilanti o piene di saggezza non è il nostro, né mio compito stabilirlo.
Dunque, l’uomo è simile all’altro perché dotato di un’intelligenza prima che poi tenderà all’evoluzione come giusto sia. Nell’evoluzione entrano a far parte diverse circostante. Ne ho già chiarito una ed indicato come dovrebbe (se pur superficialmente) avvenire un corretto pensiero. Vi è bisogno però, di porre particolare attenzione anche sull’inconscio umano, ossia di quella parte sconosciuta a noi essere umani.
Per Freud l’inconscio è la protezione che spetta di diritto all’uomo, senza il quale, o almeno mi pare di così concludere, l’uomo impazzirebbe. Se non utilizzassimo l’ombrello ci bagneremmo. L’ombrello, tuttavia, può coprire per buona parte la nostra visuale, così da non renderci ben chiaro il cammino. Bisogna guardare bene dove si va! Si potrebbe cadere di un fosso simile all’ignoto!
Ma cosa accade se non utilizzassimo l’ombrello? Che l’acqua bagnerebbe il nostro corpo rischiando di buscarci qualche malanno. Così facendo però apprezzeremmo due cose: la pioggia e il mondo che ci circonda perché non abbiamo una sorta di paraocchi a limitarci la vista.
Può avvenire ciò nella vita comune? L’eliminazione dell’inconscio porterebbe l’uomo alla pura follia. Tutte le sue paure, tutti i suoi desideri sarebbero rilevati e in alcun modo più protetti.
Da tale dire si potrebbe concludere semplicemente che l’inconscio non può essere portato a livello cosciente permanentemente. Dicendo ciò però lascio spazio qualora si volesse insinuare che all’inconscio un mezzo spiraglio lo si può lasciare in modo tale che contatti mosciamente con il vero Io.
L’interpretazione dei sogni, che prima Freud, poi Jung e infine molti anni, hanno avvalorato e portato avanti, se la si vuol accertare come vera (buffo come tale parola torni sempre!), è un modo come un altro per portare a conoscenza i nostri istinti repressi. Ma represso è anche l’istinto primordiale di dominare che è conosciuto come perversione. Vi è un nesso tra queste cose?
Ritorniamo a parlare dell’inconscio, ma questa volta sotto un aspetto ben diverso. L’inconscio non è lo scudo ma è la parte ignota. Il mio inconscio, dunque, è ciò che rende ignaro l’uomo a se stesso.
Animali come i gatti, non sono consapevoli di cosa sono realmente. Già il solo riuscire a specchiarsi, e quindi vedersi fisicamente nel suo integro, rende l’uomo consapevole di se stesso. Eppure tale consapevolezza sembra sparire nell’inconscio. Cosa accade? Accade che il continuo fluire di sangue animale nelle vene dell’uomo, lo induca a credere di essere il supremo. Nascono così un mucchio di idiozie quali ideologie, dogmi, e chi più ne ha più ne metta! Nasce così l’opinione comune (vedi sopra), grande male per una società già popolata da uomini malati. 
La supremazia è un grande male e su questo non si può obiettare, tranne per lo stolto che vuol denigrare queste parole perché convinto che lui è il sapere. Ma questo male conduce il pensiero ad una nuova riflessione che porta alla luce null’altro che finzione.
Il circo della vita, o teatro, a seconda dei gusti, porta la tabula rasa uomo a identificarsi con i suoi istinti, quindi, a manifestarsi sotto tutt’altro aspetto di quello che realmente è. Il voler essere supremo nasconde una profonda disgregazione del proprio Io. E se l’Io è inteso come struttura della persona, ciò sta a significare la sgretolazione della persona stessa. L’uomo non è più nulla.
Perché questo non ci viene insegnato? Perché non ci viene insegnato a vedere e a comprendere?
Torniamo a parlare della distruzione dell’Io. Una volta che si è troncato il legame Io-Sé-Persona, e che si è condotta l’uomo ad una mistificazione di se stesso, bisogna comprendere le cause, ma più di tutto cosa porta l’uomo-bestia a distruggere il suo Io, a distruggersi.
Paura, insicurezza, angoscia. Tre grandi parole che dovrebbero essere di diritto insegnate a tutti.
Lasciamo cadere una goccia in un piatto. Subito dopo lasciamo cadere un’altra goccia, vedremo così un effetto d’unione: da due gocce ne nascerà una sola.
L’uomo nasce e si trova al mondo ignaro di chi è e di dove si trovi (tralasciamo su cosa sia il mondo, la vita etc.). Vi sono quindi tutti gli istinti primordiali che entrano in gioco. Bene questo è giustificato qualora ci trovassimo in fase di evoluzione in un epoca primitiva.
Ma quando una persona nasce oggi giorn